L’altra pandemia: di salute sessuale e prevenzione

Attenzione! Queste righe non sono state scritte da specialisti del settore, ma sono nate dalle ricerche, le esperienze e le riflessioni di una coppia sierodiscordante [1]


L’ultimo anno di pandemia ci ha abituat* a parlare continuamente di sanità e questioni ad essa correlate.
Da ormai molto tempo, pare, tuttavia, essere calato definitivamente il silenzio – anche all’interno degli ambienti militanti – attorno al tema delle malattie sessualmente trasmesse, argomento comunque mai molto presente nel nostro dibattito politico.

La generale assuefazione al quotidiano necrologio delle vittime da covid non può distoglierci dalla gravità dei rischi connessi alle MST (Malattie Sessualmente Trasmesse), soprattutto quando non trattate in tempo.
Le diagnosi tardive di queste infezioni generano, infatti, serissime conseguenze per la salute della popolazione, fra le quali vi sono l’insorgenza di tumori e la sterilità.
Senza dimenticare la dimensione pandemica che ancora oggi caratterizza la diffusione del virus HIV.
Su questo punto, è quanto mai necessario acquisire nuovamente coscienza dei drammatici effetti causati: da una parte, in termini di vittime da AIDS (nel 2019, sono stati 690.000 i morti in tutto il mondo, di cui circa 500 in Italia); dall’altra, per quanto riguarda le conseguenze subite dalle persone sieropositive in termini di abbassamento della qualità e dell’aspettativa di vita – per chi non ha accesso a terapie efficaci – o, in ogni caso, agli effetti dei processi di medicalizzazione e farmacolizzazione cronica.

La situazione generale delle MST, analizzata attraverso i dati a nostra disposizione, appare tutt’altro che rosea.
In Italia, le infezioni sessualmente trasmesse sono aumentate del 40% negli ultimi 27 anni, soprattutto nel periodo compreso fra il 2000 e il 2018 (significativamente quello immediatamente successivo alla fase di terrorismo psicologico vissuta nel corso degli anni Novanta: do you remember alone viola?).
Fra queste, assistiamo oggi a una vera e propria epidemia di sifilide, la cui incidenza è cresciuta fino al 400% in molti centri MST.
Restringendo il campo all’HIV, se è vero che i dati rilevano un trend positivo negli ultimi anni (si è passati dalle 7 diagnosi ogni 100.000 residenti del 2012, alle 4,2 del 2019 [2]), permangono ancora numerosissime ombre nella lotta contro il virus.
Nel 2019, più della metà delle persone che hanno ricevuto una diagnosi da HIV si trovava nella fase avanzata della malattia (appartenevano a questa categoria, più della metà delle donne e circa i 2/3 degli uomini eterosessuali sieropositivi [3]). Nello stesso anno, si registravano 571 nuovi casi di AIDS: il 73% non aveva mai assunto terapie antiretrovirali prima della diagnosi.
Questi numeri restituiscono la difficoltà di fotografare un fenomeno complesso come quello dell’HIV: i dati a nostra disposizione dipendono fortemente dal numero di accessi della popolazione ai centri MST e dalla conseguente quantità di test e screening effettuati.
In tal senso, la considerevole quota di diagnosi tardive rende verosimile ipotizzare l’esistenza di un enorme sommerso, non rilevabile dai report ufficiali se non a posteriori; testimonia, inoltre, l’assoluto fallimento del sistema statale di educazione e prevenzione.
Riportando nuovamente il focus al tema dell’HIV, ma guardando oltre all’Italia, la situazione appare ancora più critica.
Nel 2019, come detto poco sopra, si registravano 690.000 morti per AIDS nel mondo, concentrati soprattutto nel continente africano.
Per far fronte alla situazione pandemica tuttora in corso, già nel 2013 UNAIDS, programma ONU per la lotta all’AIDS, promuoveva i target 90-90-90. L’obiettivo del piano consisteva nel far sì che entro il 2020 il 90% delle persone sieropositive fosse a conoscenza del proprio stato sierologico, che il il 90% di queste avesse accesso alle terapie, che il 90% delle persone in trattamento raggiungesse la soppressione della carica virale [4].
Inutile dire che gli obiettivi non sono stati raggiunti: nel 2019, solo l’81% delle persone HIV+ avevano ricevuto una diagnosi; di queste, l’82% aveva accesso alle terapie (dato che scendeva al 67%, se si considerava l’intera popolazione sieropositiva globale); la viremia risultava, infine, soppressa nell’88% delle persone in trattamento (il 59% delle persone HIV+).
I dati soffrivano, inoltre, di enormi differenze territoriali: ad esempio, avevano accesso alle terapie l’81% delle persone sieropositive residenti in Europa Centrale e in Nord America, ma solo il 38% di quelle che vivevano in Nord Africa.

La disponibilità di strategie terapeutiche efficaci, unita a controlli periodici del proprio stato di salute, garantiscono oggi a molte delle persone sieropositive che vivono nei paesi occidentali un’aspettativa di vita sovrapponibile a quella di un soggetto sieronegativo (nel 2000, la differenza in questi termini, a livello globale, era di 22 anni, ridotta a 9 nel 2016).
Nonostante ciò, anche gli specialisti del settore continuano a sottolineare chepermangono problemi legati alla necessità di assunzione estremamente regolare di terapie […] alle difficoltà sul piano affettivo, sessuale, relazionale, psichico e sociale che tuttora comporta la condizione di sieropositivo. Per tali motivi, oltre allo sforzo volto a migliorare le terapie, occorre mantenere e potenziare l’impegno in campo preventivo e socio-assistenziale..
Inoltre, anche fra gli stessi paesi europei, si evidenziano importanti differenze nell’accesso ai medicinali: nel 2018, in Europa occidentale, il 73% delle persone HIV+ aveva raggiunto la soppressione della viremia; in Europa centrale, questa percentuale scendeva al 46%, crollando al 26% nell’Europa dell’Est.
Questi dati riflettono forti discriminazioni territoriali, profondamente dipendenti dall’organizzazione e dalle modalità di accesso popolare al servizio sanitario nei diversi stati, dato che – unitamente alla variabile culturale – condiziona l’incidenza delle diagnosi e l’efficacia nella cura della malattia.

A conferma di ciò, il report 2020 di UNAIDS dimostra l’esistenza di un forte squilibrio su base etnica nella distribuzione delle nuove diagnosi da HIV avvenute negli Stati Uniti.
Altro esempio paradigmatico, in tal senso, è rappresentato da un recente studio condotto sulla popolazione della città statunitense di Atlanta; in esso, si evidenzia come gli MSM [Men who have Sex with Men] neri sieropositivi abbiano addirittura il 60% in meno di probabilità di raggiungere la soppressione della viremia, rispetto ai loro omologhi bianchi.

L’assenza di politiche di prevenzione efficaci rende, quindi, le persone sieropositive particolarmente vulnerabili, oltre che al virus, alle discriminazioni basate sulla classe, sulla razza, sulla nazionalità.
La convivenza con il virus HIV, inoltre, non soltanto amplifica i piani di emarginazione esistenti, ma ne genera uno ulteriore, che con essi si interseca. Questo piano è rappresentato dallo stigma, sperimentato da tutte le persone sieropositive in ogni aspetto della propria vita.
Nella dipendenza cronica da una terapia, un medico, un sistema sanitario.
In molte delle relazioni sessuali ed affettive che potenzialmente si intrecceranno, alcune delle quali probabilmente condizionate dalla superstizione e dalla discriminazione.
Nel prendere atto di aver perso un pezzetto del privilegio di cui alcun* godono, grazie al proprio passaporto, e di non poter così più entrare legalmente in molti stati: in quelli che stabiliscono un vero e proprio divieto giuridico d’ingresso e in quelli che rendono materialmente impossibile il soggiorno, vietando l’introduzione nel paese dei farmaci necessari alle terapie.
Nel non conoscere le possibili interferenze che le nuove malattie, come il covid, potranno avere sulla propria salute, attendendo per mesi la pubblicazione di linee guida generiche e raffazzonate. Lo stigma va cancellato con le lotte, così come devono essere cancellati con le lotte gli altri piani di sfruttamento ed emarginazione che caratterizzano il nostro mondo.
Al tempo stesso, è giusto pretendere un investimento medico, economico e politico che possa garantire a tutte le persone sieropositive l’accesso a terapie efficaci, ponendo fine a una pandemia che dura da più di quarant’anni; questo, specialmente alla luce dei doverosi sforzi messi in campo nell’ultimo anno per contrastare la nuova pandemia, percepita molto più scomoda per il capitalismo di quanto lo sia mai stata quella da HIV.
È anche giusto, però, non essere ingenui e, nella consapevolezza delle dinamiche che governano i finanziamenti globali per la ricerca e la sanità pubblica, ricominciare ad autorganizzare la prevenzione e l’educazione sessuale e all’affettività, creando da noi le condizioni affinché non soltanto l’HIV, ma tutte le malattie sessualmente trasmesse siano sconfitte.

[1] Una coppia sierodiscordante si ha quando un* dei due partner è sieropositivo, mentre l’altr* non lo è.
[2] Notiziario dell’ISS – Volume 33 – Numero 11 – 2020, p. 24
[3] Notiziario dell’ISS – Volume 33 – Numero 11 – 2020, p. 5
[4] Si ha soppressione della carica virale quando la quantità di coppie di virus presenti nel sangue è stabilmente inferiore alle 50 coppie per millilitro di sangue, non riuscendo – spesso – a essere rilevata neppure dalla strumentazione; in questi casi, il virus non è in alcun modo trasmissibile a un altro soggetto.