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La lotta è una sola

Veniamo a conoscenza in questi giorni di due mosse repressive da parte delle istituzioni statali, attacchi sferrati contro persone e soggetti collettivi che, con diverse modalità, lottano quotidianamente contro l’autoritarismo che pervade sempre di più le nostre vite e si spendono per cambiare lo stato presente delle cose. Non possiamo che ringraziarli ed esprimere la nostra solidarietà e la nostra vicinanza verso di loro.

– sulla spropositata condanna a Juan a 28 anni di carcere accusato di un attacco presso una sede della Lega:
https://ilrovescio.info/2022/07/14/col-sangue-agli-occhi/
https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2021/02/Pieghevole-Juan-def..pdf
– sul processo aperto contro centinaia di militanti del centro sociale Askatasuna (Torino) e del movimento No TAV, sotto accusa di associazione sovversiva: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/07/13/costruire-il-nemico-askatasuna-i-no-tav-il-conflitto-sociale/

La lotta è una sola, e va combattuta assieme!

Il ballo dell’antifa! [il 24 ottobre c’eravamo tutte]

Il 13 giugno comincerà un processo contro otto persone, colpevoli di aver difeso Piazza Libertà (Trieste), dove da anni le persone migranti trovano un primo sostegno e aiuto alla fine dell’incubo della rotta balcanica.

Il 24 ottobre 2020 una microscopica sigla fantasma, attiva solo su facebook e sui cartelloni pubblicitari, ha voluto organizzare una manifestazione apertamente razzista e fascista, a cui in decine abbiamo reagito, mostrandoci fisicamente indisponibili a lasciar loro quello spazio libero, migrante e di cura.

Spazio che la questura decise quindi di garantire manu militari ai nazisti – giunti in pullman da fuori regione – a suon di cariche, manganellate e teste rotte.

La scelta di quel giorno la rivendichiamo collettivamente: la nostra posizione antifascista e quella indisponibilità a tollerare fasci e nazisti nostrani e non. vogliamo dare un aiuto concreto alle nostre compagne e compagni inquisite e trascinati in tribunale.

Ci vediamo sabato 11, per una giornata in compagnia, con musica, discussione e allegria.

LINE UP
Piccolaggiunta (alternative rock)
https://www.facebook.com/Piccolaggiunta/

Corpi Contundenti
(alternative rock/stoner)

Samsation
(psychedelic rock)
https://www.youtube.com/watch?v=edo9Zu2DSBs

Minoranza di uno
(punk hardcore)
https://www.youtube.com/watch?v=LF4ClxOeuUg
DJ SET w/ Cannibal se/lecter + Barbara Loden
https://www.facebook.com/cannibalselecter



PIAZZA LIBERT
À, 24 OTTOBRE 2020: QUANDO LO STATO AUTORIZZA IL NEOFASCISMO E ATTACCA LA SOLIDARIETÀ

Da più di due anni, Piazza Libertà vede l’attività quotidiana di accoglienza organizzata dall’associazione Linea d’Ombra nei confronti delle persone migranti provenienti dall’inferno della rotta balcanica. Questo fatto, e non altro, è stato il motivo per cui il 24 ottobre 2020 diversi gruppuscoli neofascisti e neonazisti decisero di mettere in atto proprio in quella piazza una provocatoria manifestazione contro l’immigrazione. Non furono poche le voci che, da tanti luoghi diversi, segnalarono che fosse quanto meno inopportuno lo svolgimento di un tale evento. Ma la Questura di Trieste, la stessa che da mesi, con l’inestimabile contributo del Comune, caccia fuori dal centro città qualsiasi manifestazione politica, non ascoltò nessuna di quelle voci e autorizzò il comizio neofascista in Piazza Libertà.

Da prima dell’appuntamento, diverse decine di persone si riunirono nella piazza per opporsi, con i loro corpi e le loro voci, all’evento. La resistenza fu tale che soltanto le violente cariche della polizia riuscirono a scacciare i e le solidali dal centro della piazza. I vertici della questura dimostrarono così quanto fosse importante per loro permettere che i neofascisti si esprimessero in totale libertà. Infatti, per tutto il comizio, mentre venivano proferiti slogan xenofobi, antisemiti e razzisti, la polizia scortò i pochi che ascoltavano i vomitevoli discorsi.

A posteriori, nel fascicolo del Pubblico Ministerio, sarebbe stato riconosciuto l’”errore” di quella autorizzazione. Ma poco importa, chi quel giorno alzò il manganello contro le persone solidali radunate in piazza – mandando in ospedale diverse di loro – non subirà nessuna conseguenza. Basta guardare indietro, anche solo superficialmente, alla storia italiana, per convincersi che la spudorata impunità dei poliziotti per le loro aggressioni a persone inermi è una pratica strutturale di questa democrazia.

Lo Stato si impegna invece per punire chi resiste al neofascismo. Così lo scorso dicembre è arrivata la notizia che la procura ha operato una scrematura, a partire da un fascicolo preliminare di 58 indagati, fino ad individuare otto imputati. La settimana prossima inizierà l’infame processo che cercherà di far pagare a queste persone la scelta collettiva di difendere Piazza della Libertà e tutto quello che in questi anni ha significato e continua a significare – anche grazie a quella giornata di lotta antifascista e antirazzista.

La solidarietà – verso le persone imputate, verso chi ricevette le manganellate, verso chi ogni giorno lavora in quella piazza e, soprattutto, verso chi subisce in prima persona la violenza dei confini – è la nostra principale arma per resistere. Solidarietà vuol dire certo soldi, per pagare le spese legali imposte dalla burocrazia giudiziaria, ma anche compagnia, supporto, condivisione dei momenti più duri della repressione e di quelli più belli delle vittorie, grandi o piccole che siano.

SULL’OPERAZIONE REPRESSIVA IN TRENTINO E LE NUOVE MISURE CAUTELARI

 

Veniamo a sapere dell’ennesima operazione repressiva contro anarchiche e anarchici del trentino: con i soliti pretesti da burocrati giudiziari, vengono comminate 4 misure cautelari, su fatti la cui unica congiunzione sembrerebbe la lotta anticarceraria.

Oltre le squallide motivazioni degli oppressori e del sistema che li difende, sappiamo intravedere, ancora una volta, i fili della vendetta di stato contro chi lotta e non si pacifica nello stato di guerra in cui siamo. Rinchiudere, e rinchiuderci, è ormai l’obiettivo neanche troppo celato.

Un caloroso abbraccio alle persone colpite da questa ennesima operazione. Solidarietà e complicità con chi lotta!

Alcuni/e compagni/e di Trieste – Collettivo Tilt

https://ilrovescio.info/2022/02/26/trentino-operazione-repressiva-e-nuove-misure-contro-anarchici/

21 domande sulla pandemia di covid e la sanità territoriale a Trieste – Seconda parte di un’inchiesta collettiva

Pubblichiamo la seconda parte di un’inchiesta collettiva sui temi della salute e della sanità a due anni ormai dall’irruzione sulla scena mondiale della pandemia di covid-19 (qui puoi leggere la prima). Anche questa volta vogliamo offrire un punto di vista autonomo, di parte, che consideriamo sempre più necessario di fronte a quanto sta accadendo: nell’astrusa gestione governativa, nelle pressioni dei grandi concentrati di potere e di capitale, nella sarabanda mediatica, persino nella grandi proteste di piazza, la salute ai tempi della pandemia è stata infatti la grande vittima, nonostante la retorica martellante che la voleva al centro di questi due anni dannati.

Il secondo contributo che pubblichiamo per questa inchiesta è unintervista ad una sanitaria, specializzata in medicina generale, che attualmente lavora in guardia medica e USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziali) di Trieste e Provincia. Durante la sua formazione si è occupata anche di microaree e salute territoriale.
Buona lettura!

1.Cosa sono le USCA e come sono nate nel nostro territorio?
A Trieste le USCA [Unità Speciali di Continuità Assistenziale, ndr] sono nate fondamentalmente su un’autorganizzazione. A differenza di altri luoghi in Regione e in Italia che hanno aspettato la formalizzazione dopo l’istituzione del decreto, a Trieste sono state attivate quasi immediatamente le guardie mediche per mettersi a disposizione nel neonato servizio USCA. La decisione del governo era un punto di partenza, però le modalità di attuazione erano da decidere su base territoriale, così ci sono state declinazioni diverse a seconda dell’azienda sanitaria in questione.

Sul momento è stato un fatto positivo: la pandemia era già una cosa reale, ma il carrozzone burocratico era ovviamente in ritardo. A Trieste, dove in un primo momento si era reagito abbastanza velocemente, la realtà purtroppo è rimasta sempre quella. Non è mai stato fatto un bando di assunzione per le guardie mediche coinvolte nell’USCA. Sono state prese in maniera abbastanza informale delle persone che avevano già il titolo di medico di famiglia o che stavano frequentando il corso di formazione specifica in medicina generale. Quest’ultimi sono stati esentati dai tirocini per poter essere inseriti nel servizio.

2. Come hanno funzionato le USCA durante i primi mesi della crisi?
A Trieste e provincia non c’è mai stata una vera e propria organizzazione. Il servizio è rimasto a chiamata del cittadino.

Per come è strutturato, non c’è la possibilità di una presa in carico del paziente, che non viene dunque richiamato o ricontrallato nel tempo, a meno che non sia lui stesso a rimettersi in contatto con l’USCA o che il singolo medico prenda iniziativa individualmente. Di fatto io e altri colleghi abbiamo seguito diversi casi, ma questo è avvenuto esclusivamente su spinta volontaria, mai in un modo sistematico.

In altre aziende sanitarie, invece, l’USCA ha svolto visite programmate su indicazione del Dipartimento di Prevenzione o del Medico di Famiglia.

Dunque i cittadini hanno avuto come riferimento un numero verde a cui rispondeva un infermiere che, svolto un triage telefonico per eventuali urgenze di competenza diretta del 112, rimandava le chiamate a noi o al loro medico di base. Da una parte, i medici di famiglia a Trieste, al di là di qualche gruppo particolare, non hanno un funzionamento esemplare (e negli ultimi decenni non vi è stata alcuna riorganizzazione della medicina generale locale). Dall’altra, si sono trovati totalmente sovvracarichi. Nelle prime settimane non c’erano nemmeno DPI [Dispositivi di Protezione Individuale, tra cui mascherine e guanti, ndr] per tutti. Tutto questo ha fatto sì che la valutazione clinica territoriale delle persone fosse interamente affidata alle USCA.

Dopo un po’ la cosa si è assestata. Alcuni  medici di famiglia  hanno iniziato a visitare i loro pazienti e a rivolgersi a noi solo in caso di situazione cliniche indifferibili. Altri medici invece hanno continuato a lasciare alle USCA il lavoro di visita.

Questo, insieme al malfunzionamento del Dipartimento di Prevenzione, ha fatto ricadere sull’USCA una notevole mole di lavoro. Non solo le questioni correlate alla clinica, ma anche quelle più burocratiche: interrogativi sui contatti sospetti, informazioni sui certificati di quarantena, ecc. Tutte questioni teoricamente affidate al Dipartimento di Prevenzione, su cui però in quasi due anni di pandemia non sono mai riusciti a dare risposte puntuali e veloci.

3. Come svolgete il vostro lavoro attualmente? È migliorata la qualità del vostro servizio col passare delle ondate?
Come USCA siamo ancora attivi. Noi richiamiamo la persona malata [dopo che essa ha contattato l’USCA attraverso il numero verde, ndr], valutiamo le condizioni cliniche al telefono e se c’è bisogno andiamo a visitarli. Come strumenti diagnostici abbiamo a disposizione un saturimetro, un fonendoscopio e per un periodo abbiamo avuto anche un ecografo, ma lo abbiamo utilizzato molto poco perchè la formazione in medicina generale – almeno in questa regione – non prevede una formazione adeguata su tale metodica diagnostica.

Per altri interventi (esami del sangue, medicazioni, reidratazione endovenosa, ecc) è sempre stato attivo il servizio infermieristico del distretto.

Per eseguire accertamenti o valutazioni specialistiche – anche non strettamente legate al covid , se la persona è positiva, deve accedere al Pronto Soccorso.

Nel tempo il nostro servizio è rimasto invariato e, credo che la qualità, aldilà degli strumenti a nostra disposizione, sia dipesa molto dalle richieste: nei momenti critici abbiamo dovuto iperselezionare le visite domiciliari, rimandando direttamente al Pronto Soccorso i casi che apparivano già gravi al telefono e tralasciando casi in cui non vi erano reali necessità cliniche (ma in cui un visita sarebbe potuta essere rassicurante per la persona o il suo entourage).

La situazione è comunque sempre molto fluttuante. Ora, almeno dal punto di vista clinico, la situazione è meno grave, il saturimetro è ormai uno strumento diffusissimo e la diagnosi di positività è precoce. All’inizio della crisi capitava di avere persone con febbre da 10 giorni che non avevano eseguito un tampone. Tante persone ci contattavano tramite il numero verde e ci dicevano che avevano sintomi, ma noi come USCA non potevamo programmare un tampone, soltanto fare una segnalazione – tramite mail – al Dipartimento di Prevenzione che, con grande lentezza, tamponava il paziente e solo una volta accertata la positività faceva partire il contact tracing. Perciò noi consigliavamo alle persone che avevano avuto dei contatti stretti di stare a casa nel frattempo, chiedendogli di invertarsi un modo per farlo, considerando il grosso problema del dover giustificare una assenza lavorativa (senza essere malati e senza essere stati “riconosciuti” ufficialmente come contatti stretti).

4. Cosa rappresenta il COVID-19 per un medico che lavora nel territorio?
A livello clinico, la malattia è grave. Noi, come guardie mediche, siamo abituati a gestire i picchi di influenza, ma il covid non è paragonabile. La principale differenza è che il covid colpisce gravemente anche soggetti abbastanza giovani, in termini relativi, come quelli appartanenenti alla fascia 45-55. La gravità in questi casi dipende spesso del quadro pregresso (obesità, diabete, altre patologie) e perciò, secondo me, oggi, dopo due anni di pandemia, le riflessioni dovrebbero essere incentrate di più su questi aspetti, ovvero sulla società e gli stili di vita dominanti.

Si tratta di una malattia che è cambiata nel tempo, così come la nostra percezione di essa. È una patologia abbastanza “stronzetta”, perché dà, nella maggior parte dei casi, un quadro respiratorio del quale non è facile accorgersi in un primo momento. Secondo me, se non sei una persona sportiva o abituata a sentire la tua respirazione, non è facile rendersi conto precocemente che c’è un problema. E così, i casi più brutti che abbiamo assistito a casa erano quelli di persone che ti dicevano di star bene mentre respiravano già con le branchie.

Nell’estremo opposto ho incontrato delle persone, gente giovane e sana che, nonostante cercassimo di tranquillizzarli spiegandoli che il loro caso non era grave, entravano in un loop di piena paranoia. Questo succedeva anche a chi disponeva di risorse (culturali, sociali, famigliari, ecc) per resistere all’isolamento. Tante persone senza particolari problemi clinici ci richiamavano ogni giorno. Ci contattavano perché erano soli a casa o perché si sentivano in colpa di aver contagiato familiari anziani. E tu non avevi nessuno strumento per aiutarli. Nei momenti peggiori, in cui visitavo gente anche fuori dall’orario di lavoro, ho fatto molte visite di cortesia, anche solo per placare l’ansia delle persone. Molti finivano per andare in pronto soccorso senza motivo clinico e, senza accesso in ospedale, non c’era neppure la possibilità di farli prendere in carico dai servizi psichiatrici.

Quindi secondo me il covid è una malattia doppia: da una parte, la malattia subdola che ti prende e che può mettere in seria difficoltà il tuo sistema respiratorio e, dall’altra, la paranoia di malattia, anche se non è grave. Purtroppo, tranne in rari momenti, non c’è mai stata una rete di psicologi di supporto, al massimo, in alcuni momenti, ci sono stati dei gruppi di psicologi volontari, ma poca roba.

5. Come è stata gestita la crisi nelle case di riposo e qual è stato il vostro ruolo in quelle situazioni?
In un primo momento è stato un grande delirio: come USCA andavamo nelle case di riposo su chiamata per un singolo caso e, ovviamente, ci trovavamo a valutare numerosi casi. Dopo un po’ abbiamo deciso di mettere un nostro collega ad hoc per quel servizio, ma in ogni caso tutto è stato sempre abbastanza informale.

Ci sono stati tanti morti nelle case di riposo. Per me questo è dovuto alla gravità della patologia di per sé e alle condizioni di salute, già precacarie prima dell’infenzione di covid. A Trieste non attribuirei queste morti alla strategia di non ricoverarli in ospedale [effettivamente praticata altrove, ndr]. Nella mia pratica, la scelta di non ricoverare è sempre stata legata ad una valutazione della volontà della persona e della sua rete famigliare (quando presente). Altri fattori importanti per prendere questa decisione erano la tipologia di struttura in cui si trovava la persona e le cure aggiuntive di cui avrebbe potuto beneficiare in caso di ricovero. Nella realtà è successo di tutto: persone che io non avrei ricoverato lo sono state e viceversa.

6. Invece qual è stato il vostro rapporto con le persone anziane che abitavano in casa propria?
Trieste è una città con molti anziani. E la solitudine di molte di queste persone è una realtà. Aldilà dei casi respiratori gravi, in questa fascia di popolazione molte problematiche sono state legate all‘assistenza. Non avevano una vera e propria rete familiare – o questa si era sgretolata – e la perdita di autonomia legata al covid gli aveva creato problemi di disidratazione o di alimentazione. C’era la possibilità di attivare un infermiere di distretto, ma sono pochi, e quindi spesso abbiamo preferito ricoverarli. Sul territorio sono state attivate strutture intermedie a bassa intensità di cura per la presa in carico di queste persone, ma spesso la valutazione di questi casi è avvenuta “in urgenza” da parte delle USCA, e ha implicato il ricovero in ospedale e il successivo trasferimento in struttura ad hoc.

7. Cosa ci puoi dire sul ruolo del Dipartimento di Prevenzione nella crisi?
Come USCA, dal Dipartimento non abbiamo avuto molte notizie, né linee guida, né grande cooperazione. Sono da sempre in difficoltà e, dopo che gli sono state affidate le decisioni centrali riguardo la pandemia, non sono stati rafforzati in modo adeguato e strutturale: hanno assunto sempre con contratti brevi tutto quel mondo sanitario “nel limbo”. Per questo, e per l’elevatissimo numero di chiamate che ricevono, sono stati sempre inefficaci; il contact tracing ha sempre funzionato malissimo. A novembre, poi, quando molti sanitari sono rientrati nelle scuole di specializzazione, il Dipartimento è veramente crollato.

8. Come è stata adattata la sanità triestina, da un punto di vista generale, alla pandemia?
Non è stata effettuata una vera e propria riorganizzazione dei servizi, né durante la prima ondata né più avanti. In due anni non sono riusciti a pensare ad un’organizzazione efficace. Sono stati creati gruppi di coordinamento tra i vertici sanitari, ma con un’organizzazione del territorio imbarazzante.

Hanno semplicemente potenziato qua e là alcuni servizi già esistenti, senza creare una vera cooperazione tra le varie figure coinvolte. E anzi, alcuni servizi esistenti che in una situazione del genere potevano essere essenziali, come le microaree, sono state chiusi all’inizio della pandemia. Per quello che riguarda i medici di base,per quanto ne so io, non si è nemmeno pensato di coinvolgerli in una riorganizzazione.

È difficle da spiegare, perché non ne ho sicuramente la visione d’insieme e per farmi capire dovrei fare mille esempi. Il mio vissuto, e credo quello di molti altri colleghi, è che molti malfunzionamenti e e “disservizi” hanno implicato un sovraccarico di lavoro per tutti e sarebbero stati risolvibili con una maggior cordinazione tra i vari attori coinvolti.

9. Cosa ti sembra che potrebbe rendere migliore la sanità territoriale triestina, dal punto di vista della presa in carico e cura del paziente?
In una città come Trieste, secondo me, sarebbe stato sufficiente continuare nella direzione già avviata, ovvero la territorializzazione dei servizi.

La forza dei distretti a Trieste era una realtà. Io, venendo da un’altra città, conoscevo i distretti come pure entità amministrative, non erano punti di riferimento per la salute delle persone. A Trieste invece già da tempo l’azienda territoriale era scissa dall’azienda ospedaliera e ciò aveva generato una buona rete di assistenza primaria. Purtroppo, con le riforme degli ultimi anni, ci sono state notevoli marce indietro e, come del resto in tutta l’Italia, si è favorito il privato investendo sempre meno sulla struttura pubblica.

Come USCA avremmo lavorato molto meglio se avessimo avuto una popolazione di riferimento precisa, invece che ricevere persone da un numero unico [il numero verde, ndr], che si è preso in carico tutta la popolazione.

10. Invece qual è stato il ruolo delle microaree durante la pandemia?
Le microaree erano un bellissimo progetto sociosaniatario orientato alla salute della popolazione, apparentemente visionario per i tempi in cui furono pensate [nel 2005, su spinta dell’Azienda Sanitaria Territoriale di Trieste, il Comune e l’ATER, ndr]. Per la prima volta si mettevano degli operatori, uno per ogni microarea, in 10 zone svantaggiate, allo scopo di valutare cosa fare in termini di salute. La grande novità consisteva nel fatto che non si istituiva un servizio di cui il cittadino poteva usufruire, ma si andava a conoscere un territorio per comprendere quali fossero gli ostacoli che impedivano a quelle persone di fare gli stessi percorsi di salute di persone che vivono in altri quartieri.

Per quanto posso averci capito io, il progetto è stato inizialmente possibile perché al tempo c’era Rotelli a capo della sanità, e poi è rimasto in piedi perché non dava fastidio nel budget complessivo.

Da un po’ di tempo non frequento le micrearee e non mi confronto con le persone che ci lavorano, ma l’impressione è che negli anni siano state svalorizzate, perdendo il potenziale trasformativo che rappresentavano. La mia impressione è che il servizio sia stato ridotto a quello che potrebbe essere il ruolo di un infermiere di comunità. Rimane comunque un servizio utile, ma rappresenta un passo indietro rispetto al progetto iniziale, che era prima di tutto di carattere sociale e guardava al quartiere di riferimento nel complesso.

In tempi di pandemia le microaree avrebbero potuto intervenire a partire da una conoscenza reale delle fragilità, cliniche e sociali, del territorio. Ad esempio, quando lo Stato ha detto alla popolazione “state a casa”, generando ulteriori disagi in tante persone, la microarea sarebbe dovuta essere sia un punto cruciale d’informazione per capire come affrontare l’emergenza in quei quartieri – fragili e come tale a maggior rischio – sia una risorsa  per dare un supporto reale a quella parte di popolazione. Invece sono rimaste del tutto marginali, anche perché le microaree hanno utilizzato spesso della forza lavoro precaria, tipo persone che facevano il servizio civile o anziani del quartiere, e questi hanno ovviamente interrotto il loro contributo con l’inizio dell’emergenza.

Il problema è strutturale: il servizio sanitario da anni è sottofinanziato e la logica prevalente è quella aziendale.

11. Come pensi dovrebbe funzionare la medicina territoriale in Italia, per essere veramente efficace?
In italiano ci sono molti termini (medicina di comunità, cure primarie, assistenza primaria, ecc) che possono indicare modelli simili ma anche molto diversi, a seconda del contesto in cui sono applicati.

Per me, quando si parla di medicina territoriale, si dovrebbe far riferimento a quello che in inglese viene definito Primary Health Care, un paradigma formulato e descritto per la prima volta nel 1978 e basato sul concetto dei determinanti, sanitari e non, di salute. È un modello a cipolla, dove dai fattori genetici passi al lavoro, alla casa, all’economia, alla famiglia, all’ambiente. Un approccio globale alla salute del singolo e della collettività, esito della collaborazione attiva tra vari settori della società e della partecipazione di tutta la comunità.

In pratica, i professionisti della salute possono anche dirti di camminare un’ora al giorno, di mangiare bene e di non stressarti, ma se poi non riesci a farlo per le tue condizioni sociali o economiche, vengono fuori tutta una serie di malattie croniche. E il covid l’ha subìto prima di tutto quella parte di popolazione più esposta.

Per attuare un modello di Primary Health Care non è sufficiente riformare la medicina di famiglia o istituire l’infermiere di comunità. Bisogna sviluppare un sistema che sia interessato a “fare salute” e non solo sanità. Poi la declinazione pragmatica dipende dal territorio specifico in cui interviene, un conto è stare in Veneto e un altro stare a Trieste. La pratica dipende dal territorio e dalla popolazione che ti prendi in carico.

12. Si è parlato molto del ruolo dei medici di famiglia durante la pandemia, qual è la tua visione a riguardo?
Innazitutto, credo che l‘assistenza primaria debba essere pubblica, perciò considero un problema il fatto che in Italia il medico di famiglia sia un privato convenzionato. Questo inquadramento professionale ha determinato lo sviluppo di una figura di medico solista che, nonostante alcune riforme, ancora oggi è tale, soprattutto a Trieste.

Potremmo parlare per delle ore di quali sono attualemente le criticità (e ci sono infiniti studi e professionisti che si occupano di questo argomento), ma mi limiterò ad un esempio: la scelta del medico di famiglia in un Comune è lasciata al singolo cittadino – libertà sempre più risicata vista la carenza di medici. Può un servizio sanitario sviluppare una rete territoriale efficace se il distretto sanitario, a cui fa riferimento una parte della popolazione, ha potenzialmente come interlocutore tutti i medici di famiglia del comune di Trieste?

Per me, in gran parte di questo Paese, abbiamo un modello ottocentesco in cui limiti, già chiari prima, sono diventati evidenti con la pandemia.

Esistono modelli differenti, ad esempio quello portoghese, dove hai una casa della salute di riferimento a seconda di dove abiti; non un medico di riferimento, ma proprio una “casa”, dove entri, esprimi un problema e viene individuato il percorso più adatto per la tua situazione.

13. Qual è stato il tuo approccio terapeutico a domicilio inizialmente e com’è adesso dopo due anni di visite domiciliari?
Sotto il profilo delle terapie, in una prima fase, quando le linee guide erano assenti, andavamo a tentativi. Suona brutto ma è così. Per fare un esempio, inizialmente si pensava che l’azitromicina – un antibiotico – potesse aiutare, ma poi nessuno studio ne ha provato l’efficacia.

Nel primo periodo, nei casi di persone che sviluppavano la polmonite interstiziale ma che non richiedevano il ricovero, abbiamo prescritto prevalentemente cortisone e  antibiotico. Nei casi in cui era necesario, anche l’ossigenoterapia.

Ad oggi la situazione è un po’ cambiata: i protocolli indicano l’introduzione del cortisone solo in soggetti ospedalizzati che necessitano ossigeno. Per quanto riguarda quest’ultimo, con l’emergenza era stata creata la possibilità di attivazione dell’ossigeno liquido (tramite accordo – immagino nazionale – con la ditta Vivisol). Si trattava di una novità, perché tale attivazione è sempre stata riservata allo specialista pneumologo. Dallo scorso luglio, senza attivazione ospedaliera, non è più possibile fornire ossigino liquido. Quindi se vuoi stare a casa e hai bisogno di ossigeno, o c’è una persona della tua rete che ti va a prendere regolarmente le bombole di ossigeno in farmacia oppure è impossibile farlo (le bombole di ossigeno gassoso hanno una durata limitata, indicativamente 24 ore).

In più, circa da aprile 2021, c’è un protocollo per la terapia con gli anticorpi monoclonali praticata in day hospital nel reparto delle malattie infettive, a cui sono candidabili certi target di popolazione.

L’azienda sanitaria non ci ha mai indirizzato verso l’utilizzo di nessuna terapia, rimandandoci indirettamente a seguire le linee guida dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Ad un certo punto, l’azienda sanitaria ha creato un protocollo per somministrare l’idrossiclorochina [farmaco antimalarico usato anche contro altre patologie, ndr], ma, a domicilio, non è mai stato applicato. Non c’erano evidenze scientifiche e la gestione sul territorio ci è sembrata impraticabile (esecuzione di esami ed elettrocardiogramma prima della somministrazione, evidente necessità di monitoraggio nel tempo delle persone, ecc). Nei reparti ospedalieri delle malattie infettive, invece, l’idrossiclorochina è stata utilizzata (oggi non più).

Nella pratica, non c’è mai stata una riunione per coordinarci fra i diversi servizi (infettivologi, USCA, medici di famiglia, pronto soccorso), per concordare assieme un protocollo di assistenza e cura. Da parte nostra, i 15-20 medici che facciamo parte dell’USCA ci siamo sempre confrontati informalmente rispetto alle evidenze prodotte e la nostra pratica, in particolare su necessità di ospedalizzare, uso di antibiotici e  cortisone.

Io oggi continuerei a somministrare cortisone a domicilio in certi casi selezionati (che per brevità e specificità di esposizione non descrivo) ma, per quanto ne so, non sono stati organizzati studi a tal proposito. La mia è un’affermazione non fondata ma, nella pratica, abbiamo avuto diversi casi di persone che, dopo la somministrazione del cortisone, sono migliorate e sono rimaste a casa. Il problema è che rimane il dubbio se sia stato l’effetto del cortisone o il naturale decorso della malattia in quelle persone.

14. E cosa ne pensi delle cosiddette “terapie domiciliari precoci”?
Non so bene cosa dire di questi gruppi che hanno applicato terapie domiciliari precoci. Se da una parte mi risuonano le parole, senza troppi ragionamenti, di tanti miei colleghi che si scagliano contro i novax e contro queste cure alternative, dall’altra parte ho molte perplessità, sia cliniche che gestionali. Sono impressioni su aspetti colti durante il mio lavoro, non ho un quadro completo sulla rete delle cosidette “cure domiciliari precoci” che ha operato a Trieste.

I dubbi clinici riguardano prevalentemente la somministrazione di antibiotici e cortisone dal primo giorno di malattia. L’infezione è virale e quindi non vedo il razionale di somministrare indiscriminatamente l’ antibiotico (che agisce su batteri). Il cortisone è un immunosoppressore e quindi nelle fasi iniziali della malattia può essere dannoso.

Dal punto di vista gestionale, oltre al fatto che abbiamo avuto notizie di cifre imbarazzanti per visite a domicilio, la poca chiarezza delle loro prescrizioni – eseguite come medici privati e quindi a carico del cittadino – ha generato un ulteriore sovraccarico di telefonate per i medici di famiglia e le USCA da parte delle persone che richiedevano la prescrizione di queste terapie a carico del servizio sanitario (tralascio il discorso della responsabilità prescrittiva).

Poi c’è il discorso che alcune delle persone che si sono affidate alle “cure domiciliari” hanno comunque avuto un decorso sfavorevole e sono comunque “ricadute” sul nostro servizio. È difficile fare un discorso logico perché non ho una casistica ed è vero che noi intercettiamo prevalentemente quelli che sono andati male, quindi il nostro campione forse non è molto rappresentativo.

Bisogna comunque riconoscere che alcune persone sono state contente perché questi medici hanno probabilmente garantito una presa in carico più reale delle persone, anche se spesso solo al telefono.

15. Qual è stata la politica relativa ai ricoveri in ospedale?
Bisogna ammettere che come USCA abbiamo subìto pressioni per non ricoverare i pazienti. Questo non vuol dire che ci sia mai stata indicazione di non ricoverare, ma il contesto – ospedale al collaso e altri fattori – sicuramente ha influenzato le pratiche. Così all’inizio abbiamo provato a tenere tanta gente a casa. Oggi si ospedalizza più spesso, anche casi un po’ borderline che prima avremmo cercato di tenere a casa.

16. Hai detto che dopo due anni il quadro covid in generale è meno grave: questo è dovuto ai vaccini, agli anticorpi, perché abbiamo imparato a gestirlo come malattia, perché le varianti sono meno gravi?
Non direi che abbiamo imparato a gestirlo. Lavoriamo nell’orizzonte in cui sappiamo che è più probabile che siano i non vaccinati a finire ospedalizzati. Non saprei, però facendo un raffronto rispetto a dicembre del 2020, oggi facciamo forse un numero minore di visite; come telefonate invece siamo sempre lì. Quello che sicuramente è cambiato è che prima c’erano molti più casi domiciliari tosti.

17. E quindi cosa ne pensi di questi vaccini?
Penso che siano un farmaco che, come gli anticorpi monoclonali, è giusto provare. Fidandosi degli studi fatti, sembra la strategia clinica migliore.

Poi come sia stata gestita la vaccinazione, anche politicamente, è il grosso problema. È l’unica cosa che è stata fatta a livello nazionale e gli è stata data un ruolo forse esagerato. Perché tantissime altre cose non sono state fatte.

Poi certo, il vaccino è business, ed è evidente che se non vaccini tutta la popolazione mondiale sarà sempre un lavoro parziale, che ricade poi nei territori. L’esempio più facile è Monfalcone, dove Fincantieri vive di migranti: economia globale, vaccinazione nazionale?

Con le giuste proporzioni, lo paragono al vaccino dell’influenza, un altro farmaco su cui si spendono miliardi, perché effettivamente riduce ospedalizzazioni e morti.

Ci siamo chiesti – come popolazione – se questi soldi non si potrebbero spendere in medicina di comunità, avendo forse risultati migliori. Ma qui c’entra Big Pharma, una programmazione sanitaria a lungo termine – che non si vede da molto tempo , una  valorizzazione della sanità pubblica e della Primary Health Care,ecc

18. Dopo due anni di pandemia, ora come ora cosa servirebbe? Più vaccinazione? Più terapie intensive? Più USCA? Più medici di famiglia?
Per come è strutturato attualmente il sistema a Trieste, il grosso della falla è il contact tracing e la presa in carico delle persone, quindi servirebbe più gente che lavori nel Dipartimento di Prevenzione. Ormai la maggior parte delle persone hanno già avuto il covid o sono vaccinate, quindi non stanno particolarmente male, ma vanno in follia per questioni burocratiche: il discorso delle quarantene, le tempistiche dei tamponi di uscita, la convivenza con familiari in isolamento, ecc. Adesso come adesso, il grosso della questione riguarda questo genere di problemi, che ricadono appunto sul Dipartimento di Prevenzione.

Inoltre, dalla mia prospettiva ovvero un servizio che in pochi giorni è stato investito da diverse centinaia di telefenote, serve trovare una strategia di comunicazione efficace, con informazioni chiare e puntuali ai cittadini.

19. Per quanto riguarda i percorsi di salute dei pazienti non covid, com’è andata la situazione?
L’impressione che ho è che, all’interno del quadro già fortemente critico degli ultimi anni, molto si stia trasferendo sulla sanità privata. Molti casi, soprattutto “non gravi, oggi come oggi, sono assolutamente rimandati alla sanità privata. Tanti nemmeno provano a prenotare nel pubblico.

Questo era un fenomeno che già esisteva e che con la pandemia si è rafforzato. Il sistema statale è allo scatafascio, negli anni non si è investito, e anzi, sono state ridotte le risorse proprio quando la richiesta aumentava.

Vedi i medici di famiglia in questa città: erano in soprannumero rispetto alla popolazione, e quindi hanno bloccato il turnover. Io sono entrata in guardia medica a Trieste e mi sono trovata colleghi che aspettavano un posto da 7 anni. Adesso c’è carenza da tutte le parti. È un sistema che non programma, che non ha una visione a 10 anni.

C’è quindi un vuoto, lasciato dalla sanità statale. E nel vuoto, entra il privato.

20. Considerando un po’ tutti i discorsi fatti finora, non vedi il rischio che la sanità diventi sempre di più un sistema di controllo (tramite tracciamento, protocolli, isolamento) e burocratico, e sempre meno un sistema orientato alla salute? Per la sensibilità che abbiamo noi, riteniamo che tracciamenti e altri strumenti possano essere in tanti casi degli approcci giusti di salute collettiva, però poi le applicazioni che vediamo nella nostra società finiscono per essere delle forme sempre più alienanti nei confronti delle persone, che si trovano in balia di queste entità burocratiche che le governano.
Quando prima ho detto che il Dipartimento di Prevenzione dovrebbe essere potenziato non intendevo dargli “più potere”, ma metterlo nelle condizioni di essere punto di riferimento, come era stato pensato inzialmente. Se ci fossero più persone impegnate in questa rete di monitoraggio e prevenzione, il servizio sarebbe molto più utile per le persone. Adesso succede il contrario: le persone vengono “catturate” nella rete, che tutto sommato offre un disservizio, e quindi è ovvio che si crea rabbia sociale.

Per come ragiono io, tante delle misure, tutto sommato, sono sensate da un punto di vista clinico: sei sintomatico, sei positivo, i tuoi contatti dovrebbero stare in isolamento. Non si sono però create misure adeguate perché tali regole, a questo punto, siano realmente sopportabili e supportabili nella società. Un esempio semplice credo siano i tamponi: troppo spesso le persone hanno dovuto farli a pagamento.

21. Infine, come vedi il futuro della pandemia?
Io spero che diventi come l’influenza. La spagnola è stata una malattia molto forte, ma poi ci abbiamo convissuto. Per parlare di questo dovrei sapere più storia della medicina, però nella mia formazione non è previsto che conosca così bene le basi del mio sapere.

Dal punto di vista sanitario, ci sarebbero molte cose che potremmo imparare da questa pandemia. Evidentemente questa non è la priorità.

Odissea di ASUGI – Prima parte di un’inchiesta collettiva

Pubblichiamo la prima parte di un’inchiesta collettiva sui temi della salute e della sanità a due anni ormai dall’irruzione sulla scena mondiale della pandemia. Un punto di vista autonomo, di parte, è sempre più necessario di fronte a quanto sta accadendo: nell’astrusa gestione governativa, nelle pressioni dei grandi concentrati di potere e di capitale, nella sarabanda mediatica, persino nella grandi proteste di piazza, la salute ai tempi della pandemia è stata infatti la grande vittima, nonostante la retorica martellante che la voleva al centro di questi due anni dannati.

Il primo contributo che pubblichiamo è una testimonianza ragionata nell’Odissea di Asugi, tra tracciamenti mancati, sviamenti, bollettini di guerra e abbandono (economico, sanitario, sociale).


L’attesa
Questo piccolo reportage nasce dall’attesa.
Alcune delle persone che lo hanno pensato sono, infatti, precipitate da poco nella quarantena o nell’autoisolamento (oppure ne sono appena uscite) e stanno sperimentando da vicino quella sensazione di sospensione che pervade chiunque sia stato costretto alla “Odissea di ASUGI” [1], come l’abbiamo presto ribattezzata.
Io sono fra quelle.
Mentre scrivo, ragiono sul fatto che la fisiologica preoccupazione per le conseguenze di aver contratto questo maledetto virus e per le condizioni di salute mie, condizioni fortunatamente ottime, e delle persone a me vicine e che potrei aver contagiato, sono tutte sensazioni che sono sparite rapidamente, sono state risolte, anzi, grazie alla presenza di una rete capace di rispondere con efficienza alle ansie che mi avevano colto nelle prime ore della malattia.
L’attesa ha sostituito tutte queste sensazioni.
Nel frattempo, isolato nel piccolo appartamento di 40 metri quadri che abito, di solito, con il mio compagno, scambio link e messaggi su Telegram con le altre persone parte della rete di cui sopra, specialmente con quelle che vivono ora la mia stessa situazione.
Discutiamo in particolare di alcuni articoli, usciti sulla stampa locale negli ultimi giorni, che ammettono candidamente l’integrale venir meno di ogni pratica di tracciamento per oltre 2.700 casi nel solo Friuli Venezia Giulia [2]. 
Il pezzo fa il paio con un’intervista alla dottoressa Ariella Breda, responsabile del Dipartimento di Prevenzione dell’ASUGI, comparsa su Il Piccolo del 10 novembre [3]. Qui, uno dei pezzi grossi della sanità nostrana, dopo una rapida stoccata ai Nemici Di Sempre (“I no vax positivi, quando li chiamiamo, spesso hanno un atteggiamento più polemico […] ma poi, tutto sommato, constatiamo che perdono un po’ della voglia di protestare“), puntava il dito contro un nuovo colpevole, granello di sabbia in quello che parrebbe il meccanismo altrimenti ben oleato messo in piedi dalle Forze del Bene contro la Pandemia: l’Omertoso.
La dottoressa Breda raccontava, infatti, che il tracciamento era in affanno a causa di chi rinunciava consapevolmente a segnalare i contatti stretti avvenuti nel periodo di incubazione del Covid.
Per l’ennesima volta, dall’inizio della pandemia, le responsabilità venivano fatte colare, senza un briciolo di vergogna, dai palazzi da dove provenivano verso il basso, come liquame.
Non una riga, di quell’articolo, si pronunciava sulle evidenti falle della sanità pubblica, manco per denunciare le banalità sotto gli occhi di tutti: che i miliardi tagliati alla salute negli ultimi anni [4], ad esempio, oltre a costare posti in terapia intensiva, hanno un prezzo elevatissimo soprattutto in termini di azzeramento della medicina territoriale, proprio quella che nell’isolamento coatto della quarantena potrebbe fare davvero la differenza, attraverso il contact tracing e la vicinanza al malato.
Confrontandomi con le esperienze vissute negli ultimi mesi da alcune compagne, trovo conferma di quanto pensavo: già dall’inizio dell’autunno in corso, il tracciamento è andato in tilt, non essendo quasi per nulla praticato dalla Azienda Sanitaria.
La stessa ASUGI, con un annuncio pubblicato sul proprio sito in data 11 novembre 2021 (il giorno successivo la diffusione dell’intervista alla dottoressa Breda), annunciava di aver assunto 12 medici con contratto di lavoro autonomo e co.co.co. (sic!) “per potenziare l’attività di prevenzione, profilassi e tracciamento” [5].
Ma la colpa non era degli Omertosi?
Omertosi o no, io sono risultato positivo a un tampone rapido il 22 novembre. A una settimana di distanza, nessuno mi ha ancora contattato per chiedermi conto dei miei contatti stretti.
Mia madre, che avevo sfortunatamente visitato proprio la sera in cui avevo iniziato a perdere la sensibilità olfattiva, si era segnalata come sintomatica, e aveva così avuto accesso a un tampone molecolare nell’arco di quattro giorni. Lo stesso aveva fatto una mia amica, con cui avevo avuto contatti ravvicinati nella finestra di probabile maggiore contagiosità.
Mia sorella e il suo ragazzo, residenti in Germania e ospiti da mia madre la sera in cui avevo cenato da lei, erano in autoisolamento da giorni. Il dottore della Guardia Medica con cui avevano cercato di confrontarsi, saputo che non risiedono in Italia, si era messo a ridere amaramente e aveva aggiunto: “tanti auguri!”.
Il mio compagno aveva ricevuto asilo da alcune amiche. Anche lui rinchiuso in una stanza, mascherine per muoversi per la casa e tamponi rapidi ogni giorno, in attesa di un qualche segno di vita da ASUGI che gli consentisse la certezza di un test molecolare e gli desse una qualche copertura per le assenze dal lavoro accumulate.
Erano questi gli omertosi di cui parlavano?
Tutte queste persone avrebbero preferito di gran lunga essere contattate dal Dipartimento di Prevenzione, per togliersi ogni dubbio e avere a disposizione gli strumenti adatti per far fronte alla situazione imprevista in cui erano incappate.
Invece, restava l’attesa.
Guarda che a me han chiamato per fissarmi un tampone e poi basta. Non ho sentito nessuno per quasi due settimane. Nessuno mi ha chiesto come stavo, nessuno mi ha contattato per segnalare nulla, non ho manco ricevuto il provvedimento di quarantena. Mi hanno fissato il tampone e poi son spariti, completamente, non mi hanno più richiamato. Anche chi si è autosegnalato come contatto a rischio non è mai mai stato ricontattato e quando, dopo oltre una settimana, ha chiamato per chiedere se poteva fare un molecolare in privato per “liberarsi”, gli hanno detto di no, che doveva aspettare loro indicazioni“.
Era questa, l’attesa.
Una sensazione che forse le generazioni più anziane capiscono solo in parte, ma che gli ultraventenni e gli ultratrentenni della mia rete conoscono alla perfezione. È la cornice culturale in cui siamo cresciute, tutto sommato: il bilico, la precarietà che si condensa nell’attesa ansiogena di una telefonata (che sia per il colloquio di lavoro o per il tampone, poco cambia).
A questa attesa ci ho già fatto il callo, il cellulare me lo porto al cesso comunque.
Ho già fatto pace con questa attesa, e poi sto bene, ho la malattia pagata, un buco di appartamento in cui, però, ora sto da solo, un esercito di persone pronte a precipitarsi da me se avessi bisogno di medicine, di spesa, di libri o di erba buona per passare il tempo.
Ma gli altri? Ma io, se uno di questi aspetti – la salute i soldi la tranquillità i vizi – dovesse venir meno, quanto potrei reggerla, questa attesa?
Come decidere di radersi i capelli
Non lo so, ma, per come stanno le cose, direi dieci giorni.
L’attesa è rotta trascorso questo lasso di tempo dall’inizio dell’isolamento, quando mi sono ormai messo nell’ottica che le giornate di malattia le trascorrerò al telefono, nella speranza di intercettare qualcuno che abbia il potere di programmarmi un tampone di controllo (e magari di emettere il certificato di quarantena, che ancora non ho ricevuto).
Mi sto armando intellettualmente allo scontro con l’apparato burocratico, quando mi suona il telefono: a sorpresa, è il dipartimento di prevenzione (dieci giorni d’attesa: non male, visti i presupposti, rifletto sarcastico).
La persona che mi ha telefonato è estremamente cortese e attenta, o forse sono pure io che – dopo diversi anni passati a sopravvivere lavorando nella jungla dei call center – non posso fare a meno di empatizzare con il mio interlocutore, conoscendo alla perfezione la sensazione di trovarsi davanti al computer, con una cuffia, molta noia e nessuno strumento adeguato per rispondere compiutamente alle domande di chi sta all’altro capo del telefono.
Mi chiede come sto (è la prima volta da dieci giorni che la sanità pubblica se ne preoccupa).
I CCCP mi inondano il cervello e sono tentato di rispondere che non studio, non lavoro, non guardo la tv, eccetera eccetera.
In realtà, a lavorare ho un pochino ricominciato, a causa del beffardo contrappasso di autosfruttamento riservatomi da un mestiere che mi permetterebbe di fare un po’ quel cazzo che voglio, quindi mi risolvo a dire “io sto bene”. In questo caso, è almeno parzialmente vero: i sintomi influenzali sono scomparsi da oltre una settimana e ho anche iniziato a recuperare gusto e olfatto.
Dopo dieci giorni di oblio, è davvero una formalità questa telefonata: lo sappiamo entrambi.
Vive da solo?
No, non vivo da solo, di solito: vivo con il mio compagno, ma abbiamo scelto di trascorrere l’isolamento separatamente… è una persona a rischio.
Mi rendo conto in quel momento di parlare con un medico, una persona che può forse fugare qualcuno dei molteplici dubbi che ci attanagliano dall’inizio della pandemia; mi ritorna pure alla mente mio moroso: “usala, la mia diagnosi, usala sempre, se ci può far ottenere qualche informazione in più, ché almeno ‘sto stigma di merda serva a qualcosa“.
Sa, è sieropositivo, aggiungo.
Silenzio, all’altro capo.
Il solito silenzio.
Cristo, questo qua – come sempre – non sa di che cazzo parlo.
Come il medico di base del mio compagno, l’unico con cui era riuscito a intrattenere un confronto, già a marzo del 2020: non uscire per nessun motivo, ripeto, non uscire per nessun motivo! Fatti portare la spesa a casa! Usa i guanti e la mascherina, se proprio devi abbandonare la base!
Ve le ricordate, le introvabili mascherine, un anno e mezzo fa?
Ve lo immaginate, il conseguente stato d’animo generato da queste parole in una persona, come tutti, già bombardata dal terrorismo mediatico, dai bollettini di guerra, dallo #stateacasa?
All’epoca, dividevamo una stanza di pochi metri quadri in una casa malandata (lo squat, per gli amici) e lì ci eravamo rintanati.
Poi erano arrivate le linee guida del Ministero della Salute: “le persone con HIV in trattamento antiretrovirale efficace, con un numero di CD4 maggiore di 500 e con viremia controllata, per i dati oggi a disposizione, se contraggono il Covid-19 non hanno un rischio di peggior decorso rispetto a una persona HIV-negativa” [6].
Da lì in poi, avevamo mangiato la foglia e avevamo iniziato ad autogestirci, a organizzare pic-nic clandestini settimanali e a dare supporto concreto alle compagne con cui avevamo iniziato a organizzare i gruppi mutualistici di aiuto.
Le linee guida del Ministero parevano messe in discussione, qualche mese dopo, dai primi studi organici sul tema [7-8], ma i dati disponibili non chiarivano nessuno dei nostri interrogativi.
Il cuore della faccenda erano quelle sei parole, buttate giù non a caso dai funzionari della sanità pubblica: “per i dati a nostra disposizione“. 
Significava che non ce n’erano, di dati utili: è un’emergenza, bellezza, la priorità non puoi essere tu.
La dottoressa che seguiva da anni la persona con cui dividevo casa e vita, era scomparsa.
La stessa professionista che, fino a un attimo prima, poteva sempre essere consultata, con cui mio moroso aveva discusso di terapie, di sesso e di droghe, che anch’io avevo conosciuto e di cui conservavo il numero di telefono e la mail, era stata inghiottita dalle corsie della terapia intensiva.
È davvero un’emergenza, quella che stiamo vivendo, una di quelle belle emergenze permanenti a cui il neoliberismo ci ha abituati: a 22 mesi di distanza dal presunto inizio della pandemia, nulla è cambiato; il “mio” compagno incrociava la “sua” dottoressa per 10 minuti al massimo, una volta ogni 3 o 4 mesi, il tempo di leggere le analisi periodiche e di scappare.
Al telefono e alle mail non risponde più.
Il silenzio, in realtà, è durato qualche attimo appena.
Torno al telefono.
Soppeso la voce della persona che conversa con me e cerco di indovinarne l’età e i possibili riferimenti culturali: probabilmente si sta immaginando aloni viola, fiumi di sostanze e affollate orge frocie.
Magari.
Riprendo il filo.
Dopo otto giorni di isolamento, nessun sintomo e una serie quotidiana di test antigenici negativi, abbiamo concluso ragionevolmente che se l’è scampata. Ma sa, preferirebbe averne la certezza e avere la copertura del periodo di assenza dal lavoro.
Dico così al mio cortese interlocutore.
Lui si barcamena, obietta che non può fare un certificato di quarantena retroattivo.
Gli faccio notare con educazione che sarà la stessa soluzione che adotteranno con me e aggiungo che così facendo disincentivano le persone dall’assumere comportamenti responsabili: e chi se lo può permettere, l’autoisolamento, se non mi coprite manco la malattia?
Mi ascolta, si arrende, mi mette in attesa: mi informo (e il mio istinto da telefonista mi dice che sta andando davvero ad informarsi, e che un po’ la situazione se l’è presa a cuore).
Resto appeso ad ascoltare il sottofondo musicale, fino a quando la comunicazione non riprende: sì, ok, si può fare, ma lo devo mettere in quarantena altri quattro-cinque giorni, oppure gli fisso un molecolare e aspettiamo i risultati, ma i tempi son più o meno quelli, più uno-due giorni per le risposte.
Mi arrendo io, ora. Non si preoccupi, si arrangerà con ferie e permessi.
Il cortese interlocutore non obietta nulla e mentalmente lo ringrazio per questo, perché sto davvero cominciando a esaurire ogni verve polemica.
Ci lasciamo con qualche domanda di routine (è vaccinato? ha idea di dove possa aver contratto la malattia?) e nessun vero e proprio tracciamento; mi preoccupo io di segnalare mia madre: la contatteremo subito, non si preoccupi (e così, in effetti, sarà).
Ne esco con un tampone di controllo prenotato fra qualche giorno e con la certezza che quanto riferitomi dai compagni è vero.
Ma ASUGI te ga za ciamà per el secondo tampon, che me son perso?” “Sì, grazie a F. dio can. La baba la ga ciamada per dirghe che el suo tampon iera negativo e ela ghe ga pianto el morto che no i me gaveva ancora ciamado…“.
Oh teniamoci in contatto e ricordiamo alle autorità sanitarie la nostra rispettiva esistenza: passaparola e rompere i coglioni, se ne esce solo così“.
Andiamo bene.
Note:
[1]Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina
[4]In FVG, il simbolo di questo processo è ovviamente la riforma sanitaria targata Serracchiani, bocciata perfino dalla Corte dei Conti per l’impatto avuto sul servizio pubblico e sul taglio della spesa sanitaria pro capite (https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/GEN/amministrazione-trasparente/FOGLIA15/FOGLIA_2/allegati/2018/Deliberazione_Corte_dei_Conti_9_2018.pdf pp. 281 e ss.).
In perfetta continuità, si sono poi inserite le politiche di chi allora criticava la riforma dall’opposizione: sotto la giunta Fedriga, si è infatti continuato a registrare il progressivo taglio di posti letto ospedalieri e i connessi scandali legati al presunto potenziamento delle terapie intensive dell’era pandemica (https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2021/11/25/news/in-fvg-e-scontro-sui-posti-letto-di-terapia-intensiva-assistenza-adeguata-1.40960721); recentissimamente, poi, il piano di riorganizzazione del servizio di ASUGI mette in luce la volontà di dimezzare i servizi territoriali attivi nella città di Trieste (https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2021/12/03/news/il-piano-asugi-per-trieste-dimezza-i-distretti-sanitari-e-i-centri-di-salute-mentale-1.40991393).

In piazza libertà il 24 ottobre 2020 c’eravamo tutti/e

Nelle scorse settimane è stata recapitata ad alcune persone la notifica della conclusione delle indagini preliminari per i fatti di Piazza Libertà del 24 ottobre 2020, con vari capi d’accusa, e proprio in questi giorni sta venendo notificata la fissazione della prima udienza per il 13 giugno 2022.
Piazza Libertà da due anni vede l’attività quotidiana di accoglienza e solidarietà dell’associazione Linea d’Ombra nei confronti delle persone migranti provenienti dall’inferno della rotta balcanica. Per questa ragione era stata scelta da gruppi neofascisti e neonazisti per una provocatoria manifestazione contro l’immigrazione.
La manifestazione, nonostante le numerose prese di posizione dei giorni precedenti, che la ritenevano inopportuna, ancor più in quel luogo, come riconosciuto a posteriori anche nel fascicolo dal Pubblico Ministero, veniva in ogni caso autorizzata dalla questura.
Il 24 ottobre, a partire dalle ore 17, si era quindi spontaneamente radunata una grande folla di persone solidali attorno al presidio quotidiano di Linea d’Ombra. Verso le 18, la polizia ordinava lo sgombero della piazza, che poco dopo avrebbe eseguito con violenza. Al termine dello sgombero tra i solidali si contavano alcuni feriti, diversi dei quali hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere.
Dopo aver sgomberato quindi la piazza dai resistenti, spingendoli nella strada (tra l’altro, nemmeno chiusa al traffico), nella piazza vuota confluiva il manipolo di fascisti, scortati dalla polizia, liberi adesso di affermare le loro parole di odio, antisemitismo, xenofobia.
A seguito di questi fatti la procura, in questa fase preliminare, ha operato una scrematura, a partire da un fascicolo iniziale di 58 indagati, fino ad individuare otto imputati che ora rischiano di pagare per tutte e tutti la scelta, collettiva, di difendere Piazza della Libertà e tutto quello che in questi anni ha significato e continua a significare – anche grazie a quella giornata di lotta antifascista e antirazzista.
Da quella giornata è rifiorita la solidarietà verso chi quella piazza la vive e la attraversa ogni giorno, da là sono nati percorsi nuovi di solidarietà e mutualismo, come TRAMA.
Piazza Libertà è diventata un simbolo e una pratica di resistenza alla politica violenta e antimigratoria dell’Unione Europea, che continua a mietere vittime, e ad aggravarsi ulteriormente, come vediamo in questi giorni con la situazione dei confini tra Polonia e Bielorussia, nel Mediterraneo, nel canale della Manica.
Esprimere solidarietà e dare supporto concreto alle persone che migrano significa denunciare e opporsi alle politiche occidentali predatorie e di devastazione in vaste regioni del mondo, ma non solo, significa anche affermare la necessità di opporsi all’autoritarismo degli Stati, oggi sempre più aggravato in nome di un emergenzialismo costante.
Esprimiamo quindi la nostra solidarietà e sostegno alle persone indagate rigettando ogni tentativo di divisione tra manifestanti “buoni” e manifestanti “cattivi”. In quella piazza c’eravamo tutti, e tutte insieme abbiamo resistito allo sgombero e alla violenza della polizia. Per questo annunciamo che intraprenderemo iniziative di solidarietà nei confronti degli otto denunciati.

Assemblea no cpr no frontiere – FVG
Casa delle Culture
COBAS Trieste Gorizia
Collettivo Tilt
GAS Pacha
Gruppo Anarchico Germinal
Linea d’Ombra
Mediterranea Trieste
Sinistra Anticapitalista Trieste
Strada Si.Cura

L’altra pandemia: di salute sessuale e prevenzione

Attenzione! Queste righe non sono state scritte da specialisti del settore, ma sono nate dalle ricerche, le esperienze e le riflessioni di una coppia sierodiscordante [1]


L’ultimo anno di pandemia ci ha abituat* a parlare continuamente di sanità e questioni ad essa correlate.
Da ormai molto tempo, pare, tuttavia, essere calato definitivamente il silenzio – anche all’interno degli ambienti militanti – attorno al tema delle malattie sessualmente trasmesse, argomento comunque mai molto presente nel nostro dibattito politico.

La generale assuefazione al quotidiano necrologio delle vittime da covid non può distoglierci dalla gravità dei rischi connessi alle MST (Malattie Sessualmente Trasmesse), soprattutto quando non trattate in tempo.
Le diagnosi tardive di queste infezioni generano, infatti, serissime conseguenze per la salute della popolazione, fra le quali vi sono l’insorgenza di tumori e la sterilità.
Senza dimenticare la dimensione pandemica che ancora oggi caratterizza la diffusione del virus HIV.
Su questo punto, è quanto mai necessario acquisire nuovamente coscienza dei drammatici effetti causati: da una parte, in termini di vittime da AIDS (nel 2019, sono stati 690.000 i morti in tutto il mondo, di cui circa 500 in Italia); dall’altra, per quanto riguarda le conseguenze subite dalle persone sieropositive in termini di abbassamento della qualità e dell’aspettativa di vita – per chi non ha accesso a terapie efficaci – o, in ogni caso, agli effetti dei processi di medicalizzazione e farmacolizzazione cronica.

La situazione generale delle MST, analizzata attraverso i dati a nostra disposizione, appare tutt’altro che rosea.
In Italia, le infezioni sessualmente trasmesse sono aumentate del 40% negli ultimi 27 anni, soprattutto nel periodo compreso fra il 2000 e il 2018 (significativamente quello immediatamente successivo alla fase di terrorismo psicologico vissuta nel corso degli anni Novanta: do you remember alone viola?).
Fra queste, assistiamo oggi a una vera e propria epidemia di sifilide, la cui incidenza è cresciuta fino al 400% in molti centri MST.
Restringendo il campo all’HIV, se è vero che i dati rilevano un trend positivo negli ultimi anni (si è passati dalle 7 diagnosi ogni 100.000 residenti del 2012, alle 4,2 del 2019 [2]), permangono ancora numerosissime ombre nella lotta contro il virus.
Nel 2019, più della metà delle persone che hanno ricevuto una diagnosi da HIV si trovava nella fase avanzata della malattia (appartenevano a questa categoria, più della metà delle donne e circa i 2/3 degli uomini eterosessuali sieropositivi [3]). Nello stesso anno, si registravano 571 nuovi casi di AIDS: il 73% non aveva mai assunto terapie antiretrovirali prima della diagnosi.
Questi numeri restituiscono la difficoltà di fotografare un fenomeno complesso come quello dell’HIV: i dati a nostra disposizione dipendono fortemente dal numero di accessi della popolazione ai centri MST e dalla conseguente quantità di test e screening effettuati.
In tal senso, la considerevole quota di diagnosi tardive rende verosimile ipotizzare l’esistenza di un enorme sommerso, non rilevabile dai report ufficiali se non a posteriori; testimonia, inoltre, l’assoluto fallimento del sistema statale di educazione e prevenzione.
Riportando nuovamente il focus al tema dell’HIV, ma guardando oltre all’Italia, la situazione appare ancora più critica.
Nel 2019, come detto poco sopra, si registravano 690.000 morti per AIDS nel mondo, concentrati soprattutto nel continente africano.
Per far fronte alla situazione pandemica tuttora in corso, già nel 2013 UNAIDS, programma ONU per la lotta all’AIDS, promuoveva i target 90-90-90. L’obiettivo del piano consisteva nel far sì che entro il 2020 il 90% delle persone sieropositive fosse a conoscenza del proprio stato sierologico, che il il 90% di queste avesse accesso alle terapie, che il 90% delle persone in trattamento raggiungesse la soppressione della carica virale [4].
Inutile dire che gli obiettivi non sono stati raggiunti: nel 2019, solo l’81% delle persone HIV+ avevano ricevuto una diagnosi; di queste, l’82% aveva accesso alle terapie (dato che scendeva al 67%, se si considerava l’intera popolazione sieropositiva globale); la viremia risultava, infine, soppressa nell’88% delle persone in trattamento (il 59% delle persone HIV+).
I dati soffrivano, inoltre, di enormi differenze territoriali: ad esempio, avevano accesso alle terapie l’81% delle persone sieropositive residenti in Europa Centrale e in Nord America, ma solo il 38% di quelle che vivevano in Nord Africa.

La disponibilità di strategie terapeutiche efficaci, unita a controlli periodici del proprio stato di salute, garantiscono oggi a molte delle persone sieropositive che vivono nei paesi occidentali un’aspettativa di vita sovrapponibile a quella di un soggetto sieronegativo (nel 2000, la differenza in questi termini, a livello globale, era di 22 anni, ridotta a 9 nel 2016).
Nonostante ciò, anche gli specialisti del settore continuano a sottolineare chepermangono problemi legati alla necessità di assunzione estremamente regolare di terapie […] alle difficoltà sul piano affettivo, sessuale, relazionale, psichico e sociale che tuttora comporta la condizione di sieropositivo. Per tali motivi, oltre allo sforzo volto a migliorare le terapie, occorre mantenere e potenziare l’impegno in campo preventivo e socio-assistenziale..
Inoltre, anche fra gli stessi paesi europei, si evidenziano importanti differenze nell’accesso ai medicinali: nel 2018, in Europa occidentale, il 73% delle persone HIV+ aveva raggiunto la soppressione della viremia; in Europa centrale, questa percentuale scendeva al 46%, crollando al 26% nell’Europa dell’Est.
Questi dati riflettono forti discriminazioni territoriali, profondamente dipendenti dall’organizzazione e dalle modalità di accesso popolare al servizio sanitario nei diversi stati, dato che – unitamente alla variabile culturale – condiziona l’incidenza delle diagnosi e l’efficacia nella cura della malattia.

A conferma di ciò, il report 2020 di UNAIDS dimostra l’esistenza di un forte squilibrio su base etnica nella distribuzione delle nuove diagnosi da HIV avvenute negli Stati Uniti.
Altro esempio paradigmatico, in tal senso, è rappresentato da un recente studio condotto sulla popolazione della città statunitense di Atlanta; in esso, si evidenzia come gli MSM [Men who have Sex with Men] neri sieropositivi abbiano addirittura il 60% in meno di probabilità di raggiungere la soppressione della viremia, rispetto ai loro omologhi bianchi.

L’assenza di politiche di prevenzione efficaci rende, quindi, le persone sieropositive particolarmente vulnerabili, oltre che al virus, alle discriminazioni basate sulla classe, sulla razza, sulla nazionalità.
La convivenza con il virus HIV, inoltre, non soltanto amplifica i piani di emarginazione esistenti, ma ne genera uno ulteriore, che con essi si interseca. Questo piano è rappresentato dallo stigma, sperimentato da tutte le persone sieropositive in ogni aspetto della propria vita.
Nella dipendenza cronica da una terapia, un medico, un sistema sanitario.
In molte delle relazioni sessuali ed affettive che potenzialmente si intrecceranno, alcune delle quali probabilmente condizionate dalla superstizione e dalla discriminazione.
Nel prendere atto di aver perso un pezzetto del privilegio di cui alcun* godono, grazie al proprio passaporto, e di non poter così più entrare legalmente in molti stati: in quelli che stabiliscono un vero e proprio divieto giuridico d’ingresso e in quelli che rendono materialmente impossibile il soggiorno, vietando l’introduzione nel paese dei farmaci necessari alle terapie.
Nel non conoscere le possibili interferenze che le nuove malattie, come il covid, potranno avere sulla propria salute, attendendo per mesi la pubblicazione di linee guida generiche e raffazzonate. Lo stigma va cancellato con le lotte, così come devono essere cancellati con le lotte gli altri piani di sfruttamento ed emarginazione che caratterizzano il nostro mondo.
Al tempo stesso, è giusto pretendere un investimento medico, economico e politico che possa garantire a tutte le persone sieropositive l’accesso a terapie efficaci, ponendo fine a una pandemia che dura da più di quarant’anni; questo, specialmente alla luce dei doverosi sforzi messi in campo nell’ultimo anno per contrastare la nuova pandemia, percepita molto più scomoda per il capitalismo di quanto lo sia mai stata quella da HIV.
È anche giusto, però, non essere ingenui e, nella consapevolezza delle dinamiche che governano i finanziamenti globali per la ricerca e la sanità pubblica, ricominciare ad autorganizzare la prevenzione e l’educazione sessuale e all’affettività, creando da noi le condizioni affinché non soltanto l’HIV, ma tutte le malattie sessualmente trasmesse siano sconfitte.

[1] Una coppia sierodiscordante si ha quando un* dei due partner è sieropositivo, mentre l’altr* non lo è.
[2] Notiziario dell’ISS – Volume 33 – Numero 11 – 2020, p. 24
[3] Notiziario dell’ISS – Volume 33 – Numero 11 – 2020, p. 5
[4] Si ha soppressione della carica virale quando la quantità di coppie di virus presenti nel sangue è stabilmente inferiore alle 50 coppie per millilitro di sangue, non riuscendo – spesso – a essere rilevata neppure dalla strumentazione; in questi casi, il virus non è in alcun modo trasmissibile a un altro soggetto.

Jahta, premog in gnojila: poosebljenje zla se je zasidralo pri nas

Od sobote, 20. novembra, na morskem obzorju izstopa gromozanska jadralna jahta, ki se imenuje A in, ki meri v dolžino kar 142, 81 metrov. Oligarh in milijarder Andrej Melničenko (105. na Forbesovi listi), katerega bogastvo sloni na industrijah, ki nosijo največjo krivdo za uničenje planeta, je za ta statusni simbol zapravil več kot 460 milijonov dolarjev. Tajkun si je namreč pridobil svoje premoženje, ki znaša več kot 18 milijard dolarjev, kot poglavitni delničar v premogovniški energetski družbi SUEK in družbi za proizvodnjo gnojil EuroChem, ki so odgovorne za podnebne spremembe in za erozijo tal. To je ne samo odvratno, če pomislimo, da so se v zadnjem letu premoženja najbogatejših povečala za več milijard (po Forbesu gre pri Andreju za 5 milijard), medtem ko so se ostali znašli v primežu ekonomsko-družbene krize in razpadajočega javnega zdravstva, temveč smo tudi besni, saj vemo, da je bil ta denar pridobljen tudi na plečih prihodnosti milijard mladih, ki bodo morali živeti z uničujočimi posledicami kapitalizma brez zavor, ki nas vedno hitreje vodi v okoljsko katastrofo.

Začnimo s premogom: njegov izkop in uporaba za pridobivanje energije je, zaradi izpustov ogromnih količin CO2 in toplogrednih plinov, poglavitni vzrok podnebnih sprememb (sledijo mu vsa ostala fosilna goriva). Čeprav se o opustitvi tega goriva govori že desetletja, na zadnjem COP26 v Glasgowu niso ne dosegli dogovora o izstopu iz premoga, niti sklenili jasnih zavez za zmanjšanje njegove uporabe. Problematične niso samo termoelektrarne na premog, ampak tudi sami rudniki. Če navedemo primer povezan z Melničenkom, v sibirski pokrajini Kuzbass prebivalci protestirajo proti njegovi družbi SUEK in proti širitvi rudnika, ki zdaj sega le nekaj metrov stran od hiš. Odkar je družba začela s svojim delovanjem na tem območju, se prebivalci soočajo z nenehnim hrupom, razpokami v zidovih svojih hiš, do katerih prihaja zaradi eksplozij, poleg tega so bile rudniški družbi prodana državna kmetijska zemljišča, analize pa so pokazale onesnaženje vode in zraka, prisoten je tudi prah na cestah in stavbah. Rudnik se sicer še naprej širi s krčenjem gozdov in obstaja nevarnost, da bodo razlaščene še druge vasi in požgane hiše ljudi, ki ne bodo želeli zapustiti domov, kot se je že zgodilo.

Melničenkova druga družba, proizvajalka gnojil EuroChem, je prav tako vpletena v škandal, povezan z odkupom fosfata od maroške rudniške družbe, ki nelegalno izkorišča ozemlja Demokratične arabske republike Sahare (v Zahodni Sahari) pod maroško okupacijo. Na tem območju poteka konflikt in Melničenko finančno podpira maroške interese, ki se kažejo v nasilnem zatiranju Sahark in Saharcev. Tukaj se je potrebno po eni strani iz etičnih razlogov upreti strategiji spodbujanja konfliktov v zasledovanju ekonomskih interesov izkoriščanja virov in, po drugi strani, zoperstaviti uporabi umetnih gnojil, ki povzročajo erozijo tal in prispevajo k dezertifikaciji.

Ob naraščanju neenakosti tako na svetovni ravni kot ravni posameznih držav je tako brezsramno razkazovanje bogastva že samo po sebi neznosno. Še slabše pa nam postane ob misli, da to pretirano premoženje izhaja iz industrij, ki dobesedno uničujejo naš planet. Verjamemo v družbo, kjer je obogateti sramota in ne ambicija. Kajti imeti več kot drugi, pomeni ukrasti drugim. In prav ta 1 % najbogatejših proizvede dvakrat več izpustov kot 50 % najrevnejših. Vse to dokazuje in predstavlja jahta A.

Recimo NE jahti A in sranju, ki ga nosi s sabo.

Yacht, carbone e fertilizzanti: la rappresentazione del male si è ancorata a casa nostra

Da sabato 20 novembre, spicca nel mare lo stratosferico yacht a vela chiamato A che conta ben 142,81 metri di lunghezza. L’oligarca miliardario Andrey Melnichenko (numero 105 nella lista di Forbes) ha speso più di 460 milioni di dollari per far costruire uno status symbol acquisito dall’arricchimento attraverso le industrie più colpevoli della distruzione del pianeta. Il magnate ha infatti raggiunto un  patrimonio di quasi 18 miliardi in quanto maggiore azionista delle aziende di energia a carbone SUEK e di fertilizzanti Eurochem, industrie responsabili del cambiamento climatico e dell’erosione dei suoli. Al di là del disgusto che si prova per il fatto che le persone più ricche al mondo abbiano potuto ingigantire indisturbate il loro portafoglio di svariati miliardi lo scorso anno (per Andrey sono 5, fonte Forbes) a discapito di chi sta soffrendo la crisi economica-sociale e di una sanità pubblica sempre più a pezzi, fa ancora più rabbia pensare che questi quattrini siano stati accumulati a discapito del futuro di miliardi di giovani che dovranno convivere con le disastrose conseguenze di un capitalismo sfrenato che sta portando sempre più velocemente verso la catastrofe ambientale.
 
Partiamo dal carbone: la sua estrazione e combustione è la maggiore causa del cambiamento climatico (seguito da tutti gli altri combustibili fossili) per l’enorme quantità di CO2 e gas a effetto serra che produce per creare energia. Nonostante da decenni si parli di dismettere questo combustibile, nella recentissima COP26 a Glasgow non si è né trovato accordo sull’uscita dal carbone, né si sono formulate azioni concrete per diminuirne l’utilizzo. Non solo le centrali a carbone sono problematiche, ma lo sono le stesse miniere. Per fare un esempio legato al magnate russo, nella regione siberiana di Kuzbass i cittadini stanno protestando contro l’azienda SUEK di Melnichenko per la sua continua espansione, tanto da ritrovarsi le recinzioni della miniera a pochi metri dalle case. Da quando sono iniziate le attività dell’azienda gli abitanti devono convivere con rumori costanti, sono apparse crepe nelle case per le esplosioni, sono state vendute dallo Stato le terre che prima erano utilizzate per l’agricoltura, è stato rilevato inquinamento delle acque e dell’aria, presenza di polveri nelle strade e case. La miniera continua ad espandersi deforestando i boschi e il rischio è che vengano espropriati altri villaggi oppure bruciate le case delle persone che non vogliono andarsene, come è già successo in passato
 
Un altro scandalo è quello che vede l’altra azienda di Melnichenko, produttrice di fertilizzanti Eurochem, come importatore di fosfato da una miniera marocchina che sfrutta abusivamente i territori occupati della Repubblica Democratica Araba del Sahrawi nel Sahara occidentale. Un conflitto è in corso e Melnichenko è finanziatore degli interessi marocchini che portano alla violenta repressione del popolo Sahrawi. Oltre alla necessità etica di opporsi al fomento di conflitti per interessi economici sulle risorse, è importante anche contestare l’utilizzo di fertilizzanti chimici che sta provocando l’erosione dei terreni con un aumento della desertificazione sul nostro pianeta.
 
Questa ostentazione di ricchezza è già di per sé insopportabile visto l’aumento delle disuguaglianze nel mondo e all’interno di ogni Paese. Diventa ancora più vomitevole pensare che questo arricchimento esagerato provenga da industrie che stanno letteralmente distruggendo il pianeta. Crediamo in una società dove essere ricco sia una vergogna, non qualcosa a cui ambire. Perché possedere tanto più degli altri vuol dire aver rubato agli altri. Ed è anche quell’1% dei più ricchi a provocare il doppio delle emissioni rispetto al 50% più povero del pianeta. Lo yacht A è prova ed esibizione di tutto questo.
 
Opponiamoci allo yacht A e a tutto lo schifo che si porta dietro!

Sulla guerra e i disertori

E così alla fine Confindustria ha tolto la maschera.

“Se questa è una guerra, questi sono dei disertori. Anche in guerra c’è chi diserta perché ha paura, ma viene preso, messo al muro e fucilato. Qua non dobbiamo fucilare nessuno, ma dobbiamo far pesare su questi la loro diserzione”. Sono le parole, tra i risolini degli astanti, del presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti, intervenuto a margine della conferenza stampa organizzata dalla Regione FVG sulla situazione sanitaria dell’area, che vede un aumento esponenziale dei contagi, in particolare nella provincia triestina.

Di guerra si era parlato proprio in merito agli interventi di Confindustria nell’esercitare pressioni sul governo (o – riformulando – nel dettare la linea alle autorità) nel corso delle prime ondate della pandemia: ne era uscita un’inchiesta in due puntate (prima e seconda) in cui si mostravano le posizioni dell’associazione degli industriali totalmente indifferenti alla salute dei lavoratori e delle lavoratrici e invece unicamente orientate alla strenua difesa delle linee produttive e dei suoi profitti.

Quella retorica da economia di guerra rientra ora nelle parole di un dirigente particolarmente scottato dalla forza espressa dalle mobilitazioni triestine contro il green pass. A contesto lievemente traslato, ritorna la stessa arroganza nella pretesa di imporre le proprie misure di controllo della forza lavoro, al fine di garantire la piena operatività della produzione. Del resto, è stata Confindustria la vera promotrice della misura del green pass: la sua “proposta” di un lasciapassare per l’ingresso nei luoghi di lavoro a fine luglio diventò legge nel giro di poche settimane, una velocità di trasformazione dei desideri dei padroni che non può stupire chiunque conosca la vita politica dell’attuale Presidente del Consiglio. Inutile dire che non si trattava di salute pubblica (come dichiarato senza scomporsi del portavoce di Confindustria), quanto invece della necessità di garantirsi piena operatività scaricando sui lavoratori e sulle lavoratrici la responsabilità di occuparsi delle condizioni di sicurezza sanitaria in ambito lavorativo.

A colpire ancor di più è tuttavia la saldatura di un blocco sociale nell’imporre il ritorno alla tanta agognata normalità, per lunghi mesi messa in discussione da una virulenta mobilitazione di piazza, almeno nella città di Trieste.

La conferenza stampa dell’altro giorno puzzava già di manovra politica, almeno da quando – nella canea mediatica – si era alzata la voce dei benpensanti sulle mobilitazioni contro il green pass di Trieste. All’ordine del giorno c’era ormai quella che il prefetto uscente di Trieste aveva chiamato “una compressione temporanea del diritto di manifestare”. Non a caso era stata lanciata una petizione online (di grande successo, ripetono entusiastici i media) che si appellava alla responsabilità e alla scienza contro l’oscurantismo dei novax e dei no green pass (diventati ormai la stessa cosa per la stampa mainstream), che avevano reso Trieste il fronte più avanzato delle mobilitazioni antigovernative. Tra i primi firmatari, neanche a dirlo, non c’era il popolo, ma la classe dirigente e l’intellighenzia borghese della città: Benussi (CRTrieste) e Gialuz (Barcolana) trai promotori, e a seguire D’Agostino (Autorità Portuale), Di Lenarda (Rettore dell’Università di Trieste), insieme a Michelangelo Agrusti (Confindustria Alto Adriatico), Antonio Paoletti (Camera di Commercio), Riccardo Illy, Bruno Vesnaver (FIPE), e uno stuolo di imprenditori, dirigenti e altri “illustri” personaggi triestini. Una chiara reazione di quella che da un po’ di tempo a questa parte chiamano la “classe dirigente” e che non è nient’altro chela borghesia cittadina.

L’architettura di questa operazione è notevole: una campagna stampa denigratoria verso i manifestanti e allarmistica rispetto alla diffusione di nuovi focolai in provincia di Trieste; un appello dell’intellighenzia per il ritorno alla normalità e alla ragionevolezza; l’intervento delle autorità locali che, riprendendo lo schema, finiscono per limitare il diritto di manifestazione e con un atto di responsabilità cercano di soffocare nella paura la mobilitazione popolare. Nel giro di qualche giorno si prova a consumare la restaurazione, con la drammatica approvazione di una parte della cittadinanza che non ha fatto in tempo ad accorgersi della macchinazione.

Anche perché, una volta di più, solo gli ingenui potevano pensare che si trattasse di un atto umanitario di chi crede realmente nella salute pubblica. Era invece, e lo si vedeva sempre più chiaramente dall’affanno, l’esigenza che la “diserzione” rientrasse: si ritornasse a fatturare con la piena disponibilità della forza lavoro sospesa, assente o in sciopero; e si ripristinasse la piena circolazione delle merci nel centro storico, cioè il commercio a trazione turistica.

Nel frattempo, a danno ormai compiuto, si alza ora anche qualche voce critica. Dal Manifesto, ad esempio, fanno notare che l’alta incidenza dei contagi ha ragioni diversificate che non possono essere unicamente ascrivibili a qualche manifestazione (seppure oceanica). Lo stesso Coordinamento No Green Pass di Trieste fa notare le modalità denigratorie e antipopolari dell’uso strumentale della salute in senso politico.

In effetti che sia Gialuz, tra gli altri, a metterci la faccia dovrebbe quantomeno permettere una rapida associazione di idee: ma come, la Barcolana non ha sortito effetti sull’epidemia?

Evidentemente no, perché i problemi, più che i contagi, sono altri. E le facce di merda che si scandalizzano ora indossando la giacchetta di lino farebbero bene a farsi due conti: se c’è una guerra con i suoi disertori, a piede libero ci saranno bene anche dei criminali di guerra.

È evidente che qualcuno, nelle stanze dei bottoni, si è letteralmente cagato addosso. I loro piani di ripresa e rilancio della città hanno trovato un grosso ostacolo: la determinazione di migliaia di cittadini, sempre più a trazione popolare, ora accomunati dall’opposizione al Green Pass, che in questa protesta covano ormai i semi di una critica radicale allo stato di cose presente. La misura, sostenuta un po’ da tutte le autorità locali e nazionali, e voluta in primis da Confindustria per lavarsi le mani dalla sicurezza sui luoghi di lavoro, potrebbe diventare la goccia che fa traboccare il vaso delle tensioni sociali accumulate in questi due anni di gestione pandemica.

“La ricreazione è finita e anche la pazienza dei cittadini”: come sempre, le parole di Confindustria colgono nel segno. Solo che non si rendono conto che sono rivolte a loro.