– SIAMO IN GUERRA: STORIA DI UNA STRAGE

L’epidemia da Coronavirus, tra le tante cose, ci consegna anche la temperatura della questione sociale nel nostro paese. Il contagio biologico è stato solo il terreno – devastante – su cui si è innestata la coltura del virus sociale. Ci dicono che siamo in guerra contro un nemico invisibile: in realtà, ce ne sono diversi che senza alcun pudore si sono messi in mostra.

Perché, mentre partiva la caccia alle streghe del runner solitario, c’era chi era costretto – giorno dopo giorno – ad andare a lavorare. E’ il caso di chi opera in settori essenziali (sanità, logistica, trasporti, grande distribuzione, servizi di pulizia), ma anche di molti operai e impiegati costretti al lavoro in settori secondari e non indispensabili. Come e chi li ha tutelati? Dopo le zone rosse di Lodi e Vò Euganeo, infatti, il governo ha progressivamente esteso le restrizioni a tutto il paese, senza tuttavia imporre lo stop alle attività produttive, nemmeno nelle province più colpite dall’epidemia, come Bergamo e Brescia. Intanto, arrivava la notizia della morte di due dipendenti di Poste Italiane in provincia di Bergamo, mentre segnali ancora più allarmanti riguardavano gli operatori sanitari: secondo i dati dell’ISS, più del 9% dei casi totali di Covid-19 in Italia era personale medico, trovatosi, fin dall’inizio dell’epidemia, insufficientemente protetto per “mancanza di risorse”.

La tanto sbandierata tutela del lavoro era in realtà uno specchietto per le allodole. La guerra era prima di tutto una guerra di classe, in cui interessi ben precisi – da tempo consolidati dalle dinamiche neoliberali – emergevano nell’attacco deliberato rivolto alle proletarie di questo paese. Termini antichi? Forse, ma almeno in grado di rappresentare l’asprezza dello scontro che si sta consumando. La strage che sta avvenendo ha dei responsabili: per non dimenticarli, teniamo traccia della cronaca di questa guerra. Perché almeno una cosa vera l’hanno detta: siamo in guerra; se da una parte del fronte ci sono i lavoratori e le lavoratrici mandate al macello, dall’altra risiedono interessi ben precisi. E’ una classe, quella imprenditoriale, che mai come oggi – a nostra memoria – si è mostrata per quello che è: affarista, predatoria e miserabile.

Cerchiamo di ricostruire attraverso la cronaca e le dichiarazioni degli ultimi giorni quali sono state le priorità per una parte di questo paese, mentre un’altra era ormai in isolamento sociale da settimane.

Parliamo di Confindustria. Ipotesi: strage.

Secondo le loro stesse ammissioni ufficiali, “già dai primi segnali di allarme dell’emergenza Coronavirus in Cina, data la portata dell’impatto della situazione sanitaria anche sulle attività economiche, Confindustria ha costituito una Task force interna coinvolgendo i responsabili delle Aree di competenza su tutte le tematiche oggetto di interesse.” Per fare cosa, verrebbe da chiedersi? Fare lobbying e indirizzare le scelte politiche di contrasto al contagio da Coronavirus: “La Task force, punto di raccordo tra Confindustria e gli attori istituzionali, risponde in maniera puntuale ed efficiente alle esigenze del Sistema associativo” [1].

Diverse sono state le prese di posizioni locali, anche nelle province lombarde più colpite dall’epidemia, con focolai ormai fuori controllo [2]. Il 28 febbraio, per esempio, Confindustria Bergamo rassicura i partner esteri con un video che titola: “Business in Bergamo is running” [3]. Il rischio è minimo, dicono, e tutte le precauzioni sono state prese. Non a caso, il 27 febbraio, era uscito un documento congiunto del maxi cartello corporativo formato da Abi, Coldiretti, Confragricoltura, Confapi, Confindustria, Legacoop, Rete Imprese Italia, Cgil, Cisl, Uil: tutti assieme appassionatamente a dichiarare “dopo i primi giorni di emergenza, è ora importante valutare con equilibrio la situazione per procedere a una rapida normalizzazione, consentendo di riavviare tutte le attività ora bloccate” [4].

L’imperativo era ed è uno solo: normalizzare. Il business deve correre. Corre veloce, però, anche l’epidemia. Il rischio aumenta: risulta ormai chiaro che i focolai locali in alcune province lombarde siano in crescita esponenziale. “In molti casi, la malattia peggiora così in fretta che anche quando i sintomi diventano molto gravi, spesso non c’è tempo di procedere al trasporto [in ospedale]. Un numero non quantificato di persone, quindi, muore a casa o nelle case di risposo spesso senza finire nei conteggi ufficiali. […] A Bergamo il numero di morti è così alto che l’unico forno crematorio della città non riesce a gestire il numero di corpi che arriva ogni giorno” [5].

Alla spicciolata alcune fabbriche iniziano a chiudere. “Le chiusure sono state imposte dalle proteste, dalla crescita dell’assenteismo e dal crollo degli ordinativi, dice Eliana Como della Fiom-Cgil che è a Bergamo e da fine febbraio invoca la chiusura totale delle produzioni non necessarie”.

Il 14 marzo viene trovato l’accordo sul protocollo Confindustria-Sindacati relativo alle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro. Presenti Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e Confapi. “Tredici i punti del protocollo[…]: informazioni; modalità di ingresso in azienda; modalità di accesso dei fornitori esterni; pulizia e sanificazione in azienda; precauzioni igieniche personali; dispositivi di protezione individuale; gestione degli spazi comuni (mensa, spogliatoi, aree fumatori, distributori di bevande e snack); organizzazione aziendale (turnazione, trasferte e smart work); gestione degli orari di lavoro; rimodulazione dei livelli produttivi; gestione entrata e uscita dei dipendenti; spostamenti interni, riunioni, eventi interni e formazione; gestione di una persona sintomatica in azienda; sorveglianza sanitaria, medico competente, Rls; aggiornamento del protocollo di regolamentazione” [6].

La salute è la priorità, si affrettano a dichiarare un po’ tutti. Ma la produzione, per ora, non si ferma. Già dalla settimana del 9 marzo monta la protesta, nascono scioperi spontanei, Confindustria si trova praticamente isolata nel pretendere la prosecuzione dei propri affari. Il 10 marzo gli operai scioperano spontaneamente alla FIAT di Pomigliano: abbandonano le linee di produzione perché non ritengono sufficienti le precauzione adottate [7]. E sono tante le attività e i servizi rimasti aperti dove lavoratori e lavoratrici non sono messe nelle condizioni di lavorare in sicurezza, perché non vengono garantite le misure di protezione [8]. Chissà che luoghi di lavoro aveva in mente il Presidente di Confindustria Giovani quando definiva “irresponsabili” gli scioperi spontanei di quei giorni! [9]

Qualcuno prova a leggere i focolai epidemici nel paese anche in funzione delle attività produttive ancora operative: un discorso complesso, privo di dati certi a supporto, ma che segnala la questione reale che molti fanno finta di ignorare. Mentre il paese è fermo, con le scuole chiuse da quasi un mese (per alcune regioni del nord) e le limitazioni alle libertà personali in vigore dal 10 marzo (con il noto decreto “Io resto a casa”, che estende le restrizioni già previste al nord a tutto il paese), sono solo le attività produttive, insieme a quelle commerciali necessarie, a non fermarsi. Stampa e social network, invece, in una campagna sempre più parossistica, se la prendono con chi passeggia o va a correre.

Mentre sembra che alcune rappresentanze di Confindustria a livello provinciale e regionale siano ormai convinte dell’ineluttabilità della serrata, e d’altronde tutt’attorno lo scenario di morte e collasso sanitario è sotto gli occhi di tutti, in giro per il paese è ancora un valzer di dichiarazioni di responsabilità: “Continuare l’attività durante l’epidemia di Coronavirus non è un capriccio o un atto di incoscienza. Non lo è a Prato come non lo è in altre aree del paese. C’è un significato profondo sia economico che civico nel provare a portare avanti le nostre attività”. A parlare è Confidustria Toscana, il 19 marzo [10].

Il sodalizio degli industriali, tuttavia, non è soddisfatto. Il 20 marzo se ne esce con un documento di proposte, intitolandolo “Affrontiamo l’emergenza per la tutela del lavoro – Proposte per una reazione immediata” [11].

Da sottolineare, “per la tutela del lavoro”. Le statistiche di questi giorni, a prescindere dalle modalità di tamponamento, sono impietose (e probabilmente al ribasso [12]): salgono i morti, crescono i ricoverati, le terapie intensive in alcune Regioni sono ormai alla saturazione. In Lombardia, la locomotiva italiana, è una strage. La classe padronale – perché di responsabilità di classe nella diffusione di quest’epidemia stiamo parlando – non contenta, ancora incalza. Potrebbe andarsene in quarantena nelle ville di lusso, cogliere il danno, farsi da parte. Invece no, deve comandare, suggerire, indirizzare.

Il documento che pubblica Confindustria, in sostanza, è una richiesta di denaro pubblico, per attivare “un ingente flusso di liquidità attraverso garanzie e finanziamenti agevolati che consentano di diluire nel lungo termine l’impatto della crisi senza appesantire eccessivamente i debiti pubblici nazionali”. Favoriscono una strage e poi chiedono soldi per tutelare il lavoro, ovvero i loro saggi di profitto. Non c’è una misura che parli di lavoratori, salari, sicurezza sul lavoro, a parte questa: “la concessione, a richiesta ma senza obblighi documentali, del pagamento diretto da parte dell’INPS delle integrazioni salariali anche per le imprese che hanno riduzioni o sospensioni di orario con intervento della cassa integrazione COVID 19”. Senza obblighi documentali, paghi lo Stato, in sintesi.

L’apice lo raggiungono, però, con la richiesta di istituire un “Comitato Nazionale per la tutela del lavoro, che rappresenti un luogo permanente di confronto politico ed economico e che intervenga con immediatezza individuando le azioni, le soluzioni e le risorse di volta in volta necessarie affrontare l’emergenza nella sua evoluzione”. Formato da chi? Governo, imprese e banche [13]. Per la tutela del lavoro.

È un tic che gli parte continuamente: per parlare di impresa e profitti utilizzano l’eufemistica espressione della “tutela del lavoro”. Lo fa anche la Confederazione spagnola di [delle?] organizzazioni aziendali (CEOE), per limitarsi a un altro esempio: “mantener la actividad protegiendo el empleo [mantenere l’attività proteggendo l’occupazione]” [14].

Non c’è uscita pubblica che non metta le mani avanti in questo modo. Proteggere l’occupazione, tutelare il lavoro.

Questa retorica è tipicamente neoliberale. Non fai impresa per i profitti, ma per creare posti di lavoro, come pia concessione alla società, senza ammettere che in realtà hai bisogno di quei lavoratori proprio per estrarre i tuoi guadagni. Ecco, questa pappa che ci hanno rifilato per anni, oggi si scontra con la realtà: erano e sono evidentemente i profitti il principio del far impresa, tanto da essere disposti a sacrificare i lavoratori per assicurarseli, anche in situazioni epidemiche fuori controllo.

Il 21 marzo esce un’intervista su “la Stampa” a Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria [15]: “Si aspettava la violenza con cui il coronavirus si è abbattuto su Bergamo?”, gli chiedono. “Dicono che le aziende non hanno chiuso anche grazie alla nostra pressione. Non ci aspettavamo un’epidemia del genere. Ma noi non siamo virologi, non è il nostro mestiere. Abbiamo sottovalutato la situazione? Può darsi. I problemi ora mi paiono altri.”

E ancora:

D: “Cosa direbbe se il governo decidesse di fermare le aziende in alcune zone del Paese?”

R: “Non spetta a noi fare queste valutazioni [ma come, e la pressione di cui sopra?] Spettano agli esperti della sanità e della politica. La lombardia è il cuore pulsante dell’economia italiana. Se finora le aziende sono rimaste aperte, è stato per evitare di rimanere tagliata fuori da filiere importantissime della manifattura mondiale. Ora siamo entrati in una fase del tutto nuova: l’emergenza è continentale.”

D: “Quindi se sarà necessario fermare le aziende non direte nulla? È così?”

R: “Gli imprenditori sono i primi ad essere preoccupati. Per noi la cosa più semplice in questo momento sarebbe chiudere tutti i capannoni senza assumerci nessuna responsabilità né penale né nei confronti del paese. Per noi conta guardare avanti. Se il governo deve fermare tutto in alcune zone del paese, lo faccia. Non spetta a noi deciderlo. Sia chiara però una cosa: stiamo combattendo una guerra, e per non trovarsi solo con macerie bisogna occuparsene ora”. Vittimismo, omertà, paraculismo, mentre si mettono sul piedistallo della responsabilità e scaricano la patata bollente su altri: un compendio della classe imprenditoriale del belpaese.

In pratica si rivendicano le pressioni dicendo che non potevano mica sapere, ma si lasciano scappare che l’hanno fatto solo per interessi di filiera (la stessa adesso completamente saltata, comunque…), invitano ora a guardare avanti e a non concentrarsi sulla strage compiuta, e poi mostrano il loro senso di responsabilità nei confronti del paese. Quale? Quello della produzione! Le macerie di cui parlano non sono quelle della sanità pubblica, ma quelle del loro sistema produttivo.

Nella stessa edizione de “la Stampa” del 21 marzo, in un articolo si ricorda che dal 16 marzo (le misure di isolamento sociale sono del 10 marzo) “in Lombardia hanno già chiuso Brembo, Gefran, Beretta, Alfa acciai, Lonati, Lucchini, Riva acciaio, Acciaieria Feralps, per citare solo le più grandi.” A Bergamo le aziende già chiuse sono il 65%: il 35% quindi ancora lavora.

“Ma chiudere non è facile se sei Mario Gualco, meccanica di precisione, le loro viti pure sui treni USA, 10 dipendenti di cui 6 in servizio a Erba in provincia di Como, 1 milione di fatturato: «se la prendano prima con chi va a spasso. Sono loro il vero pericolo. Chiudere 15 giorni si può fare, ma ci vuole un intervento del credito e del fisco. Nei miei calcoli nei prossimi due o tre mesi ho già perso il 30% del fatturato. Non ci dorme di notte»”.

Eccoli i padroncini di provincia: prima minacciano, se la prendono con “chi va a spasso” e poi battono cassa.

“O se ti chiami Paolo Catalfamo, fabbrichetta di serramenti a 10 km da Orzinuovi, 35 morti in due settimane su una popolazione di 12 mila abitanti, 8 operai tutti a casa da mercoledì per una settimana almeno: «spero di riaprire. Ci sono gli ordini da onorare. Fatturo 1 milione, il 50% con l’estero»”.

Ma i fenomeni sono ovunque: “Lo dice Marco Bonometti, 65 anni, presidente di Officine Meccaniche Rezzatesi vicino a Brescia e di Confindustria Lombardia: «la verità è che le aziende che si potevano chiudere lo hanno già fatto. Ora non si tratta più di un problema regionale o nazionale, ma europeo. Stanno chiudendo i gruppi internazionali, dunque serve una consapevolezza più ampia della questione e tutta l’europa devi fermarsi»” [16].

Le viti e i serramenti non potevano non essere prodotti. Necessità, ovvero mantenere la competizione a livello europeo. Dicono ora, “chiudiamo tutti, pari e patta”, ma solo dopo un calcolo preciso: tenere in piedi la produzione fino a quando anche gli altri paesi hanno mollato il colpo (e non gli arrivano più materie prime o comande da esportare). Hanno fatto il conto delle morte per i loro schei, sulla pelle di lavoratrici e lavoratori, mai come prima proletari/e, cercando di guadagnarci fino all’ultimo minuto utile (e c’è chi ancora sta tirando sta corda della vergogna, non soddisfatto di quanto è già riuscito a mettere in cassaforte).

Siamo in guerra! Lo dice, in fondo, anche Confindustria!

Intanto si moltiplicano gli scioperi dei lavoratori nel bresciano, “perché in reparto mancavano mascherine, guanti, gel e non erano garantite le distanze di sicurezza” (e parliamo di fonderie!).

“Andrea Donegà di Fim Cisl Lombardia racconta quello che sanno tutti: «gli imprenditori dicono che in mancanza di un divieto continuano a produrre»” [17].

Nel frattempo, a Udine resta attivo il gruppo Danieli (multinazionale con sede a Buttrio, leader nella produzione mondiale di impianti siderurgici, 11 mila dipendenti nel mondo, di cui il 40% in provincia di Udine in diverse aziende controllate). Il 18 marzo è risultato positivo al coronavirus un dipendente di Danieli Automation (che ha sede sempre a Buttrio), a casa per malattia dal 13 marzo. “Il Gruppo ha in vigore ormai da due settimane una serie di misure per ridurre il rischio da coronavirus. In Danieli Automation, circa 400 dipendenti, società specializzata nell’automazione, informatizzazione e controllo dei processi siderurgici, circa il 65% degli addetti è operativo attraverso lo smart working, e quindi lavora da casa, il 18% [ovvero oltre 70 persone] è presente in azienda, il restante è in ferie. Questo ha consentito di distanziare le postazioni di lavoro per garantire le distanze di sicurezza.”, scrive il Messaggero Veneto [18].

Al 30 giugno 2018, il fatturato di Danieli ha toccato i 2,70 miliardi di euro, utile di 58,4 milioni.

È una delle tante situazioni che si presentano un po’ dappertutto. Mentre si tenta di rassicurare i lavoratori sulla loro salute, il contagio avanza anche nelle fabbriche. Il 21 marzo, arrivano dunque le dichiarazioni di apertura di Confindustria nazionale (e di quelle locali, soprattutto lombarde, che da diversi giorni sono sempre più preoccupate di essere considerate causa dell’espansione dell’epidemia). Gli imprenditori cominciano ad accorgersi che, ormai, non conviene più proseguire forsennatamente la produzione. Inizia così un confronto tra governo (sollecitato anche da alcune Regioni) e parti sociali.

“Il fronte sindacale è compatto. Quello delle imprese meno. Confartigianato, Legacoop, Confapi, Rete Imprese Italia sono per la serrata d’Italia. Confindustria frena, chiede tempo per ragionare [fino all’ultimo, dunque, continuano a raschiare il barile dei loro profitti]. Ma non è un’opposizione rigida: propone di usare gradualità, di non intervenire con l’accetta per tutti i settori e ovunque, con più severità in Lombardia e meno altrove. La riunione straordinaria di oggi, convocata da Palazzo Chigi in videoconferenza, era stata chiesta da Cgil, Cisl e Uil che avevano scritto al premier Conte chiedendogli di fare un punto sul Protocollo per la sicurezza sui luoghi di lavoro, siglato con i rappresentanti delle imprese giusto una settimana fa. E sui provvedimenti a sostegno dell’economia. Ma soprattutto per valutare la situazione nelle fabbriche” [19].

Il 21 marzo, in serata, l’annuncio di Conte: è in arrivo un nuovo decreto che prevede la chiusura di tutte le attività produttive ritenute non essenziali. Dodici giorni dopo l’estensione delle misure di contenimento a tutto il territorio nazionale. Venticinque giorni dopo la chiusura di scuole e università nel Nord Italia.

Ma non è finita. Il giorno successivo il decreto tarda. Confindustria batte i pugni sul tavolo e pretende una serrata graduale, unita alla garanzia che attività non essenziali possano ugualmente proseguire la produzione per ragioni sostanzialmente economiche [20]. Il decreto finale garantisce così l’apertura “anche [del]le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all’allegato [cioè quelle ritenute essenziali e strategiche]” [21] e lascia tempo alle imprese, fino al 25 marzo, per organizzare la progressiva chiusura, continuando a sacrificare la salute di lavoratrici e lavoratori sull’altare degli interessi economici. Inoltre, ulteriori spiragli sono previsti per garantire la prosecuzione dell’attività economica nelle industrie capaci di esercitare la necessaria pressione sulle istituzioni pubbliche (il decreto indica, infatti, la possibilità di continuare le attività degli impianti a ciclo produttivo continuo, anche quando non connesse all’erogazione di un servizio pubblico essenziale, “previa comunicazione al Prefetto della provincia ove è ubicata l’attività produttiva, dalla cui interruzione derivi un grave pregiudizio all’impianto stesso”).

I sindacati confederali denunciano che l’elenco delle attività essenziali è stato ampliato rispetto a quello precedentemente negoziato e minacciano mobilitazioni, fino allo sciopero generale, che tuttavia non viene ancora ufficializzato [22].

Si chiude così la cronaca di queste settimane, di una strage annunciata, consapevole, perpetrata. Mentre una nuova settimana si apre con gli scioperi in tutto il Paese e le priorità di chi lo governa appaiono sempre più evidenti.

Finito di redigere in data 23/03.

Note:

[1] https://www.confindustria.it/coronavirus

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/03/21/qui-a-bergamo-siamo-quasi-tutti-contagiati-e-i-deceduti-in-casa-li-scopriremo-fra-giorni/5744179/

[3] https://www.confindustriabergamo.it/comunicazioni/news?id=34783

[4] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/03/20/allarme-gia-a-febbraio-ma-confindustria-bergamo-is-running/5742931/

[5] https://www.ilpost.it/2020/03/19/morti-bergamo-statistiche/; per approfondire, https://www.ecodibergamo.it/stories/bergamo-citta/quasi-mille-morti-nella-bergamascai-sindaci-ma-sono-molti-di-piu_1346006_11/. Probabilmente saremo in grado di valutare l’entità di questa strage solo quando usciranno i dati ISTAT sulla mortalità di questi mesi da confrontare con l’anno precedente.

[6] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/14/coronavirus-firmato-protocollo-per-sicurezza-lavoratori-si-ad-ammortizzatori-sociali-e-pausa-attivita-conte-italia-non-si-ferma/5736397/. Il testo del protocollo è consultabile qui: https://i2.res.24o.it/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2020/03/14/Protocollo%20condiviso_docx-1.pdf

[7] https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/coronavirus_campania_napoli_sciopero_spontaneo_fiat_di_pomigliano-5102791.html

[8] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/13/coronavirus-i-servizi-essenziali-continuano-ma-le-misure-di-protezione-non-sono-sempre-garantite-specie-nel-pubblico/5734755/

[9] https://www.open.online/2020/03/13/coronavirus-giovani-industriali-scioperi-irresponsabili-bloccare-produzione-mettere-sicurezza-intervista/

[10] https://www.lanazione.it/prato/cronaca/coronavirus-aziende-aperte-1.5074367?fbclid=IwAR0LJiBROa_8GOhJO1Qy9uvzE759yfcco6A_b4ohNBGmgIxtq7yKRfvRADM

[11] https://www.confindustria.it/wcm/connect/5159345e-3729-4c8b-9179-fc2c51aa8b03/Affrontiamo%2Bl%27emergenza%2Bper%2Bla%2Btutela%2Bdel%2Blavoro%2B-%2BSintesi.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=ROOTWORKSPACE-5159345e-3729-4c8b-9179-fc2c51aa8b03-n3Vx8U8

[12] https://www.francescocosta.net/2020/03/19/dati-ufficiali-illusione-ottica/

[13] https://twitter.com/dariodivico/status/1241082434537631745/photo/1

[14] https://www.elperiodico.com/es/economia/20200315/ceoe-cepyme-ayudas-coronavirus-7890520

[15] La Stampa, edizione cartacea del 21 marzo

[16] La Stampa, edizione cartacea del 21 marzo

[17] La Stampa, edizione cartacea del 21 marzo

[18] https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2020/03/19/news/coronavirus-primo-caso-alla-danieli-automation-dipendente-positivo-1.38613357

[19] https://www.repubblica.it/economia/2020/03/21/news/chiudere_le_fabbriche_il_premier_conte_convoca_imprenditori_e_sindacati-251907191/

[20] https://www.repubblica.it/economia/2020/03/22/news/caos_serrata_confindustria_al_governo_non_si_puo_chiudere_tutto_scrivete_bene_il_decreto_-251987770/

[21] Il testo del decreto: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2020-03-22&atto.codiceRedazionale=20A01807&elenco30giorni=true

[22] https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/03/22/decreto-sindacati-accusano-non-era-questo-elenco-concordato_zyUIKAPJiqXaXRc4N8tMjN.html?refresh_ce