Jahta, premog in gnojila: poosebljenje zla se je zasidralo pri nas

Od sobote, 20. novembra, na morskem obzorju izstopa gromozanska jadralna jahta, ki se imenuje A in, ki meri v dolžino kar 142, 81 metrov. Oligarh in milijarder Andrej Melničenko (105. na Forbesovi listi), katerega bogastvo sloni na industrijah, ki nosijo največjo krivdo za uničenje planeta, je za ta statusni simbol zapravil več kot 460 milijonov dolarjev. Tajkun si je namreč pridobil svoje premoženje, ki znaša več kot 18 milijard dolarjev, kot poglavitni delničar v premogovniški energetski družbi SUEK in družbi za proizvodnjo gnojil EuroChem, ki so odgovorne za podnebne spremembe in za erozijo tal. To je ne samo odvratno, če pomislimo, da so se v zadnjem letu premoženja najbogatejših povečala za več milijard (po Forbesu gre pri Andreju za 5 milijard), medtem ko so se ostali znašli v primežu ekonomsko-družbene krize in razpadajočega javnega zdravstva, temveč smo tudi besni, saj vemo, da je bil ta denar pridobljen tudi na plečih prihodnosti milijard mladih, ki bodo morali živeti z uničujočimi posledicami kapitalizma brez zavor, ki nas vedno hitreje vodi v okoljsko katastrofo.

Začnimo s premogom: njegov izkop in uporaba za pridobivanje energije je, zaradi izpustov ogromnih količin CO2 in toplogrednih plinov, poglavitni vzrok podnebnih sprememb (sledijo mu vsa ostala fosilna goriva). Čeprav se o opustitvi tega goriva govori že desetletja, na zadnjem COP26 v Glasgowu niso ne dosegli dogovora o izstopu iz premoga, niti sklenili jasnih zavez za zmanjšanje njegove uporabe. Problematične niso samo termoelektrarne na premog, ampak tudi sami rudniki. Če navedemo primer povezan z Melničenkom, v sibirski pokrajini Kuzbass prebivalci protestirajo proti njegovi družbi SUEK in proti širitvi rudnika, ki zdaj sega le nekaj metrov stran od hiš. Odkar je družba začela s svojim delovanjem na tem območju, se prebivalci soočajo z nenehnim hrupom, razpokami v zidovih svojih hiš, do katerih prihaja zaradi eksplozij, poleg tega so bile rudniški družbi prodana državna kmetijska zemljišča, analize pa so pokazale onesnaženje vode in zraka, prisoten je tudi prah na cestah in stavbah. Rudnik se sicer še naprej širi s krčenjem gozdov in obstaja nevarnost, da bodo razlaščene še druge vasi in požgane hiše ljudi, ki ne bodo želeli zapustiti domov, kot se je že zgodilo.

Melničenkova druga družba, proizvajalka gnojil EuroChem, je prav tako vpletena v škandal, povezan z odkupom fosfata od maroške rudniške družbe, ki nelegalno izkorišča ozemlja Demokratične arabske republike Sahare (v Zahodni Sahari) pod maroško okupacijo. Na tem območju poteka konflikt in Melničenko finančno podpira maroške interese, ki se kažejo v nasilnem zatiranju Sahark in Saharcev. Tukaj se je potrebno po eni strani iz etičnih razlogov upreti strategiji spodbujanja konfliktov v zasledovanju ekonomskih interesov izkoriščanja virov in, po drugi strani, zoperstaviti uporabi umetnih gnojil, ki povzročajo erozijo tal in prispevajo k dezertifikaciji.

Ob naraščanju neenakosti tako na svetovni ravni kot ravni posameznih držav je tako brezsramno razkazovanje bogastva že samo po sebi neznosno. Še slabše pa nam postane ob misli, da to pretirano premoženje izhaja iz industrij, ki dobesedno uničujejo naš planet. Verjamemo v družbo, kjer je obogateti sramota in ne ambicija. Kajti imeti več kot drugi, pomeni ukrasti drugim. In prav ta 1 % najbogatejših proizvede dvakrat več izpustov kot 50 % najrevnejših. Vse to dokazuje in predstavlja jahta A.

Recimo NE jahti A in sranju, ki ga nosi s sabo.

Yacht, carbone e fertilizzanti: la rappresentazione del male si è ancorata a casa nostra

Da sabato 20 novembre, spicca nel mare lo stratosferico yacht a vela chiamato A che conta ben 142,81 metri di lunghezza. L’oligarca miliardario Andrey Melnichenko (numero 105 nella lista di Forbes) ha speso più di 460 milioni di dollari per far costruire uno status symbol acquisito dall’arricchimento attraverso le industrie più colpevoli della distruzione del pianeta. Il magnate ha infatti raggiunto un  patrimonio di quasi 18 miliardi in quanto maggiore azionista delle aziende di energia a carbone SUEK e di fertilizzanti Eurochem, industrie responsabili del cambiamento climatico e dell’erosione dei suoli. Al di là del disgusto che si prova per il fatto che le persone più ricche al mondo abbiano potuto ingigantire indisturbate il loro portafoglio di svariati miliardi lo scorso anno (per Andrey sono 5, fonte Forbes) a discapito di chi sta soffrendo la crisi economica-sociale e di una sanità pubblica sempre più a pezzi, fa ancora più rabbia pensare che questi quattrini siano stati accumulati a discapito del futuro di miliardi di giovani che dovranno convivere con le disastrose conseguenze di un capitalismo sfrenato che sta portando sempre più velocemente verso la catastrofe ambientale.
 
Partiamo dal carbone: la sua estrazione e combustione è la maggiore causa del cambiamento climatico (seguito da tutti gli altri combustibili fossili) per l’enorme quantità di CO2 e gas a effetto serra che produce per creare energia. Nonostante da decenni si parli di dismettere questo combustibile, nella recentissima COP26 a Glasgow non si è né trovato accordo sull’uscita dal carbone, né si sono formulate azioni concrete per diminuirne l’utilizzo. Non solo le centrali a carbone sono problematiche, ma lo sono le stesse miniere. Per fare un esempio legato al magnate russo, nella regione siberiana di Kuzbass i cittadini stanno protestando contro l’azienda SUEK di Melnichenko per la sua continua espansione, tanto da ritrovarsi le recinzioni della miniera a pochi metri dalle case. Da quando sono iniziate le attività dell’azienda gli abitanti devono convivere con rumori costanti, sono apparse crepe nelle case per le esplosioni, sono state vendute dallo Stato le terre che prima erano utilizzate per l’agricoltura, è stato rilevato inquinamento delle acque e dell’aria, presenza di polveri nelle strade e case. La miniera continua ad espandersi deforestando i boschi e il rischio è che vengano espropriati altri villaggi oppure bruciate le case delle persone che non vogliono andarsene, come è già successo in passato
 
Un altro scandalo è quello che vede l’altra azienda di Melnichenko, produttrice di fertilizzanti Eurochem, come importatore di fosfato da una miniera marocchina che sfrutta abusivamente i territori occupati della Repubblica Democratica Araba del Sahrawi nel Sahara occidentale. Un conflitto è in corso e Melnichenko è finanziatore degli interessi marocchini che portano alla violenta repressione del popolo Sahrawi. Oltre alla necessità etica di opporsi al fomento di conflitti per interessi economici sulle risorse, è importante anche contestare l’utilizzo di fertilizzanti chimici che sta provocando l’erosione dei terreni con un aumento della desertificazione sul nostro pianeta.
 
Questa ostentazione di ricchezza è già di per sé insopportabile visto l’aumento delle disuguaglianze nel mondo e all’interno di ogni Paese. Diventa ancora più vomitevole pensare che questo arricchimento esagerato provenga da industrie che stanno letteralmente distruggendo il pianeta. Crediamo in una società dove essere ricco sia una vergogna, non qualcosa a cui ambire. Perché possedere tanto più degli altri vuol dire aver rubato agli altri. Ed è anche quell’1% dei più ricchi a provocare il doppio delle emissioni rispetto al 50% più povero del pianeta. Lo yacht A è prova ed esibizione di tutto questo.
 
Opponiamoci allo yacht A e a tutto lo schifo che si porta dietro!

Sulla guerra e i disertori

E così alla fine Confindustria ha tolto la maschera.

“Se questa è una guerra, questi sono dei disertori. Anche in guerra c’è chi diserta perché ha paura, ma viene preso, messo al muro e fucilato. Qua non dobbiamo fucilare nessuno, ma dobbiamo far pesare su questi la loro diserzione”. Sono le parole, tra i risolini degli astanti, del presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti, intervenuto a margine della conferenza stampa organizzata dalla Regione FVG sulla situazione sanitaria dell’area, che vede un aumento esponenziale dei contagi, in particolare nella provincia triestina.

Di guerra si era parlato proprio in merito agli interventi di Confindustria nell’esercitare pressioni sul governo (o – riformulando – nel dettare la linea alle autorità) nel corso delle prime ondate della pandemia: ne era uscita un’inchiesta in due puntate (prima e seconda) in cui si mostravano le posizioni dell’associazione degli industriali totalmente indifferenti alla salute dei lavoratori e delle lavoratrici e invece unicamente orientate alla strenua difesa delle linee produttive e dei suoi profitti.

Quella retorica da economia di guerra rientra ora nelle parole di un dirigente particolarmente scottato dalla forza espressa dalle mobilitazioni triestine contro il green pass. A contesto lievemente traslato, ritorna la stessa arroganza nella pretesa di imporre le proprie misure di controllo della forza lavoro, al fine di garantire la piena operatività della produzione. Del resto, è stata Confindustria la vera promotrice della misura del green pass: la sua “proposta” di un lasciapassare per l’ingresso nei luoghi di lavoro a fine luglio diventò legge nel giro di poche settimane, una velocità di trasformazione dei desideri dei padroni che non può stupire chiunque conosca la vita politica dell’attuale Presidente del Consiglio. Inutile dire che non si trattava di salute pubblica (come dichiarato senza scomporsi del portavoce di Confindustria), quanto invece della necessità di garantirsi piena operatività scaricando sui lavoratori e sulle lavoratrici la responsabilità di occuparsi delle condizioni di sicurezza sanitaria in ambito lavorativo.

A colpire ancor di più è tuttavia la saldatura di un blocco sociale nell’imporre il ritorno alla tanta agognata normalità, per lunghi mesi messa in discussione da una virulenta mobilitazione di piazza, almeno nella città di Trieste.

La conferenza stampa dell’altro giorno puzzava già di manovra politica, almeno da quando – nella canea mediatica – si era alzata la voce dei benpensanti sulle mobilitazioni contro il green pass di Trieste. All’ordine del giorno c’era ormai quella che il prefetto uscente di Trieste aveva chiamato “una compressione temporanea del diritto di manifestare”. Non a caso era stata lanciata una petizione online (di grande successo, ripetono entusiastici i media) che si appellava alla responsabilità e alla scienza contro l’oscurantismo dei novax e dei no green pass (diventati ormai la stessa cosa per la stampa mainstream), che avevano reso Trieste il fronte più avanzato delle mobilitazioni antigovernative. Tra i primi firmatari, neanche a dirlo, non c’era il popolo, ma la classe dirigente e l’intellighenzia borghese della città: Benussi (CRTrieste) e Gialuz (Barcolana) trai promotori, e a seguire D’Agostino (Autorità Portuale), Di Lenarda (Rettore dell’Università di Trieste), insieme a Michelangelo Agrusti (Confindustria Alto Adriatico), Antonio Paoletti (Camera di Commercio), Riccardo Illy, Bruno Vesnaver (FIPE), e uno stuolo di imprenditori, dirigenti e altri “illustri” personaggi triestini. Una chiara reazione di quella che da un po’ di tempo a questa parte chiamano la “classe dirigente” e che non è nient’altro chela borghesia cittadina.

L’architettura di questa operazione è notevole: una campagna stampa denigratoria verso i manifestanti e allarmistica rispetto alla diffusione di nuovi focolai in provincia di Trieste; un appello dell’intellighenzia per il ritorno alla normalità e alla ragionevolezza; l’intervento delle autorità locali che, riprendendo lo schema, finiscono per limitare il diritto di manifestazione e con un atto di responsabilità cercano di soffocare nella paura la mobilitazione popolare. Nel giro di qualche giorno si prova a consumare la restaurazione, con la drammatica approvazione di una parte della cittadinanza che non ha fatto in tempo ad accorgersi della macchinazione.

Anche perché, una volta di più, solo gli ingenui potevano pensare che si trattasse di un atto umanitario di chi crede realmente nella salute pubblica. Era invece, e lo si vedeva sempre più chiaramente dall’affanno, l’esigenza che la “diserzione” rientrasse: si ritornasse a fatturare con la piena disponibilità della forza lavoro sospesa, assente o in sciopero; e si ripristinasse la piena circolazione delle merci nel centro storico, cioè il commercio a trazione turistica.

Nel frattempo, a danno ormai compiuto, si alza ora anche qualche voce critica. Dal Manifesto, ad esempio, fanno notare che l’alta incidenza dei contagi ha ragioni diversificate che non possono essere unicamente ascrivibili a qualche manifestazione (seppure oceanica). Lo stesso Coordinamento No Green Pass di Trieste fa notare le modalità denigratorie e antipopolari dell’uso strumentale della salute in senso politico.

In effetti che sia Gialuz, tra gli altri, a metterci la faccia dovrebbe quantomeno permettere una rapida associazione di idee: ma come, la Barcolana non ha sortito effetti sull’epidemia?

Evidentemente no, perché i problemi, più che i contagi, sono altri. E le facce di merda che si scandalizzano ora indossando la giacchetta di lino farebbero bene a farsi due conti: se c’è una guerra con i suoi disertori, a piede libero ci saranno bene anche dei criminali di guerra.

È evidente che qualcuno, nelle stanze dei bottoni, si è letteralmente cagato addosso. I loro piani di ripresa e rilancio della città hanno trovato un grosso ostacolo: la determinazione di migliaia di cittadini, sempre più a trazione popolare, ora accomunati dall’opposizione al Green Pass, che in questa protesta covano ormai i semi di una critica radicale allo stato di cose presente. La misura, sostenuta un po’ da tutte le autorità locali e nazionali, e voluta in primis da Confindustria per lavarsi le mani dalla sicurezza sui luoghi di lavoro, potrebbe diventare la goccia che fa traboccare il vaso delle tensioni sociali accumulate in questi due anni di gestione pandemica.

“La ricreazione è finita e anche la pazienza dei cittadini”: come sempre, le parole di Confindustria colgono nel segno. Solo che non si rendono conto che sono rivolte a loro.

Sullo sfratto di una famiglia e le dichiarazioni dell’assessore ai servizi e politiche sociali

Comunicato dell’Assemblea per la Casa Trieste

Oggi è finalmente emersa sulla stampa la storia della famiglia G., sotto sfratto nella più totale indifferenza degli enti competenti. Ne abbiamo raccontato i dettagli qui.

Di seguito una rassegna:

– Servizio di telequattro, con ampia testimonianza di un membro della famiglia: https://youtu.be/x0i3he8j9b8

– Articolo di Triesteprima: https://www.triesteprima.it/cronaca/famiglia-quattro-bambini-rischia-sfratto.html

– Articolo del Piccolo:

Ciò che ci stupisce è stata la risposta dell’Assessore alle politiche sociali Grilli. Quest’ultimo dichiara che la famiglia può accedere al fondo comunale per l’affitto in una casa privata e che è possibile accedere ad un alloggio d’emergenza, facendo intendere che le soluzioni ci siano e che basterebbe farne domanda. Ciò che denunciamo con forza, da mesi, è esattemente il contrario.
Il fondo comunale, come abbiamo ampiamente spiegato, non rappresenta una soluzione: qualche spicciolo a contributo concesso dagli assistenti sociali non va a rideterminare le regole nè a calmierare i canoni d’affitto di un mercato immobiliare privato che a un nucleo familiare di sei persone come quello dei G. chiude la porta in faccia, esigendo garanzie impossibili, caparre spropositate e non offrendo comunque soluzioni abitative adeguate per dimensione e prezzo.
L’alloggio d’emergenza è ciò che abbiamo chiesto a gran voce anche ieri durante la conferenza stampa, dopo che la richiesta formale inoltrata dalla famiglia G., così come i tentativi di contatto diretto da parte nostra, non ricevono risposta da mesi ormai. Sarebbe quantomeno imbarazzante che, in piena campagna elettorale, venisse fuori solo ora – in seguito a denuncia pubblica – la disponibilità di un alloggio d’emergenza. Dov’erano prima ATER, assistenti sociali e assessorato? La pubblica amministrazione risponde e mette a disposizione le proprie risorse solo se messa in imbarazzo pubblicamente? Viene da pensare che considerino il loro ruolo da un punto di vista puramente propagandistico, senza alcuna attenzione reale per i problemi abitativi in città.

Grilli, che dall’inizio di questa vicenda se ne è lavato le mani, dichiara oggi: “Se non hanno ancora presentato domanda li agganceremo e li aiuteremo a farlo”. Questa arroganza paternalista la rigettiamo, come anche la presunzione che se esistono famiglie senza risposte al proprio disagio abitativo è perché non sono state “agganciate” dai servizi. Sono balle, i tentativi fallimentari di accesso ai servizi da parte della famiglia provano l’esatto contrario (e ne abbiamo le prove).

Pretendiamo dunque a stretto giro un tavolo di risoluzione della situazione che abbiamo denunciato alla presenza di ATER e servizio sociali, e soprattutto del Sig. Grilli a garanzia di quanto ha dichiarato. Se il Comune non riterrà opportuno attivarsi direttamente e in tempi immediati per risolvere questa situazione drammatica, ci presenteremo noi stessi all’ufficio dell’assessorato, per pretendere che una famiglia con quattro minori non finisca in mezzo a una strada.

Se esiste un alloggio d’emergenza venga immediatamente offerto alla famiglia. Non c’è più tempo per i giri di parole. Servono soluzioni subito!

Attualmente oltre 800 famiglie, solo a Trieste, attendono che l’ufficiale giudiziario bussi alla loro porta. La storia della famiglia G. non può essere affrontata e “risolta” come caso isolato, ma deve essere considerata come caso paradigmatico della disastrosa gestione del problema abitativo, esacerbatosi con la pandemia e con lo sblocco degli sfratti. Che Comune e Ater si attivino solo a seguito di una denuncia a mezzo stampa, oltre che scandaloso, non è sufficiente : il problema degli sfratti necessita di risposte strutturali e durature, che l’Assemblea per la casa e l’USB non smetteranno di pretendere.

Un caso esemplare della questione abitativa a Trieste

Comunicato stampa dell’Assemblea per la Casa di Trieste e la Federazione del Sociale – USB Trieste

C’è un tema che sembra completamente scomparso dall’agenda politica cittadina e nazionale: la Casa. Da diversi mesi, a Trieste, l’Assemblea per la Casa e lo sportello sociale del sindacato USB raccolgono testimonianze drammatiche di famiglie sotto sfratto, in difficoltà con l’affitto, all
e prese con un mercato immobiliare sempre più esclusivo, in attesa dell’assegnazione di un alloggio popolare, completamente inascoltate dai servizi competenti. Un insieme di nodi irrisolti che mettono in sofferenza la vita di moltissime persone in questa città.
L’indifferenza istituzionale sulla questione abitativa è perfettamente sintetizzata dalla drammatica situazione vissuta dalla famiglia G., in contatto con noi ormai da alcuni mesi.
La famiglia G. è composta da sei persone: il padre, in Italia ormai da vent’anni, lavora nell’edilizia, come ha sempre fatto da quando ha memoria; la madre si occupa della casa e dei quattro figli (la più piccola ha un anno e mezzo). Il nucleo vive in un appartamento modesto, in periferia; guadagna quanto basta per sopravvivere, ma paga sempre con regolarità l’affitto.
Alla fine del 2020, la padrona dell’alloggio comunica alla famiglia la volontà di vendere l’appartamento, uno dei tanti di sua proprietà. La famiglia si muove, perciò, per trovare una soluzione alternativa. Sul mercato privato, nessuno concede però credito a un nucleo di sei persone, con un unico stipendio e con ridotte possibilità economiche. L’ATER conferma che il punteggio accumulato in graduatoria non è sufficiente a ricevere l’assegnazione di una casa popolare.
L’assistente sociale competente nulla fa, se non tentare anche lei un giro di telefonate presso alcune agenzie immobiliari: anche qui, niente da fare. Nel frattempo, la padrona dell’appartamento si rivolge al tribunale di Trieste, ottenendo la convalida del provvedimento di sfratto: la famiglia G. rischia sul serio di finire in mezzo a una strada e si rivolge a noi. Si muove anche attivando tutti i canali previsti in caso di emergenza abitativa, facendo appunto richiesta di un alloggio d’emergenza all’ATER e ai servizi sociali del Comune.
Nonostante le pressioni e i tentativi di mediazione, nulla però si sblocca. La vendita immediata dell’appartamento (che, ricordiamo, non è l’unico alloggio della proprietaria) è chiaramente la priorità assoluta.
La graduatoria ATER per le assegnazioni straordinarie procede a rilento: il punteggio della famiglia, a seguito del provvedimento di sfratto, è notevolmente aumentato e da più parti confermano che per l’assegnazione bisogna soltanto avere un po’ di pazienza. Quanta? Fino a inizio 2022.
Nel frattempo, l’agenzia di Novacco ammette candidamente di non avere soluzioni d’emergenza per sei persone, di cui quattro minori, che stanno per finire in mezzo alla strada.
La proprietaria dell’alloggio, dal canto proprio, rigetta qualunque soluzione conciliativa, nonostante gli inquilini continuino a versarle con puntualità l’affitto e nonostante le loro offerte di aumentare la quota di canone mensile, in attesa della casa ATER. Il Comune, contattato dallo sportello sociale di USB, si dimostra sordo e rimbalza l’intera questione al servizio sociale. Quest’ultimo, pungolato da più parti, non cava un ragno dal buco; l’unica soluzione che propone è quella del Teresiano, un servizio emergenziale di bassa soglia che le stesse assistenti sociali interpellate definiscono del tutto inadeguato per dei bambini.
A inizio ottobre avverrà un nuovo accesso per eseguire lo sfratto, questa volta con la minaccia di effettuarlo con la forza pubblica. Se nessuno farà niente, questa famiglia, a cui nulla può essere imputato, finirà per strada, e la responsabilità sarà non solo della proprietà, carente di ogni tipo di sensibilità, ma anche delle istituzioni che avranno abbandonato le loro responsabilità sociali sulla questione.
E’ urgente agire per la famiglia in questione e trovare contestualmente soluzioni strutturali al problema sociale della casa che possano garantire a tutti la possibilità di vivere dignitosamente, senza rischiare di finire per strada da un giorno all’altro o di rimanere inascoltati quando avanzano legittimi problemi e difficoltà.

L’emergenza abitativa a Trieste: un comunicato dell’Assemblea per la Casa

Dal primo luglio si è tornato a parlare di emergenza abitativa. Utilizzando un approccio graduale, con l’intenzione di «spalmare l’emergenza sociale», il governo Draghi ha infatti iniziato a rilasciare la bomba rappresentata dallo sblocco degli sfratti, sospesi nel 2020 in seguito all’emergenza Covid.

La situazione a Trieste non fa eccezione. Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, nel 2019 ci sono stati 795 provvedimenti di sfratto, dei quali 482 eseguiti. Più di uno sfratto al giorno, quindi, la stragrande maggioranza dei quali dovuti alla morosità incolpevole degli inquilini, cioè all’impossibilità di pagare l’affitto per difficoltà economiche sopravvenute (per esempio, a causa della perdita del posto di lavoro). Sempre secondo i dati ISTAT, addirittura il 98% degli sfratti per morosità in Italia deriva da situazioni come queste.

I numeri più recenti fotografano una situazione ulteriormente peggiorata, in conseguenza alla crisi sociale in atto: oggi sono 876 le convalide di sfratto per morosità pendenti nel territorio triestino.

L’Assemblea per la casa — piccolo gruppo costituitosi all’emergere della pandemia in corso, al fine di autorganizzarsi per tentare di rispondere ai problemi connessi al tema — ha visto la concretezza di queste situazioni attraverso la lente del suo sportello settimanale, a cui accedono famiglie e singoli che, pur vivendo drammatiche condizioni economiche, rimangono inascoltati dagli enti competenti.

Davanti ai provvedimenti di sfratto, gli assistenti sociali si limitano sostanzialmente a gestire la miseria, offrendo poche o nessuna soluzione concreta ai nuclei che rischiano di finire in mezzo a una strada. Nel frattempo, Ater premia se stessa fra le migliori dieci aziende di edilizia pubblica residenziale in Italia (Novacco, presidente di Ater Trieste, presiede, infatti, anche uno dei due enti che hanno definito la tanto sbandierata graduatoria). In una città in cui oltre 3000 persone, pur essendosi viste riconosciute il diritto alla casa popolare dalla stessa Ater, sono gettate in un’infinita lista d’attesa, con la prospettiva di aspettare anni l’assegnazione, non stupisce che fra i principali criteri di valutazione delle agenzie compaia la «sostenibilità economica» dei loro interventi.

Secondo questi criteri, dunque, non è migliore chi garantisce un tetto sopra la testa a tutti, ma chi pareggia il bilancio e fa quadrare i conti, nell’odiosa retorica che vede il welfare come un inutile spreco da tagliare: la situazione della sanità italiana nella pandemia non pare averci insegnato nulla sugli effetti tragici di un simile approccio.

La maggioranza in Regione, dal canto proprio, tace e anzi gongola per il premio ricevuto dall’Ater di Novacco. Il Comune di Trieste, neanche a parlarne, pare troppo impegnato a  promuovere fantomatiche campagne securitarie o a dare spolvero al centro città con qualche crociera. Nell’imminenza delle elezioni comunali, nessuno dei candidati sindaco, di ogni colore, suggerisce soluzioni reali al problema degli sfratti all’interno del proprio programma.

La situazione è allarmante, ancorpiù perché incredibilente sottaciuta. Centinaia di famiglie morose, pioggie di notifiche per procedure di sfratto, persone perennemente impastoiate nelle maglie di una burocrazia sorda.

Molte di più, verosimilmente, ce ne saranno nei prossimi mesi, anche fra gli assegnatari di case popolari: a causa dello sblocco dei licenziamenti e dell’aggravarsi della crisi sociale in atto; a causa dell’inclusione del reddito di cittadinanza nell’ISEE, che porterà un aumento vertiginoso dei canoni d’affitto delle case Ater proprio per le fasce più marginalizzate della popolazione.

Di tutto questo e della necessità di immediate risposte, nessuno – tra gli attori della politica istituzionale – pare però preoccuparsi. Servono soluzioni immediate. E molte di esse dipendono direttamente dalla volontà politica delle amministrazioni comunale e regionale. Come Assemblea per la Casa continueremo a tenere alta l’attenzione su questo tema, soprattutto in un momento come questo di grandi parole, che mai si avvicinano a un problema così concreto come quello della casa.

Contro il G20 “Innovazione e ricerca”

Il 5-6 agosto a Trieste si svolgerà il “G20 Digital Ministers’ Meeting”, una riunione nell’ambito del G20 focalizzata a “far avanzare il dialogo sulla trasformazione digitale dell’economia e della società.” (https://www.mise.gov.it/index.php/it/g20).

Dopo il progetto Manhattan e lo sgancio della prima bomba atomica, un’ondata di consapevolezza aveva animato i dibattiti sull’asservimento dell’attività scientifica al potere e sulla sua non-neutralità. Da diversi anni non se ne sente quasi più parlare, né nelle accademie né negli ambienti critici ed alternativi.

La “Scienza” è oggi considerata colei che ci salverà da ogni male: dal cambiamento climatico alla pandemia, dalla fame nel mondo al riciclaggio dei materiali rari, dalla gestione delle scorie radioattive al bisogno intrinseco dell’economia capitalista di maggiore energia.

La “Scienza” assume, in questo contesto, l’aspetto di una religione ed è un’arma ideologica nelle mani di chi ha il potere. Asservita agli interessi dell’economia capitalista, la “Scienza” è strumento pratico indispensabile per attuare l’idea dominante di progresso.

Ma invece, sono proprio questa “Scienza” e questo modello di progresso quelli che causano i problemi che si propongono pubblicamente di risolvere, a beneficio di pochi e a discapito di molti, creando un mondo inquinato, ostile, misero e inabitabile.

Mentre i potenti del mondo discuteranno su come renderci più controllabili, noi ricominceremo a dibattere sulla non-neutralità della Scienza. Mentre penseranno a come farci ingoiare la pillola secondo cui la digitalizzazione è “sostenibile e inclusiva” (https://www.mise.gov.it/index.php/it/g20) noi parleremo di perché il capitalismo ha bisogno della digitalizzazione, delle conseguenze ecologiche, sociali e mortifere delle loro imposizioni digitali, delle contraddizioni dell’attività scientifica e di come queste si sono palesate anche nella gestione della pandemia.

Mentre i potenti del mondo mangeranno caviale a Miramare, venerdì 6 agosto alle 20:00, noi ci troviamo a San Giusto (Trieste).

Vi invitiamo a partecipare e diffondere.
Per una vita degna di essere vissuta per tutte/i che questi dibattiti ci aiutino a scendere nelle strade più consapevoli!

Ritorno alla normalità – Lo sblocco degli sfratti

«Spalmare l’emergenza sociale»: è questa l’espressione che meglio definisce il modo in cui il governo Draghi ha iniziato a rilasciare, già a partire da ieri, la bomba rappresentata dallo sblocco degli sfratti.
Da qui al primo di ottobre, partiranno – infatti – gli sfratti richiesti prima del 28 febbraio 2020, mentre successivamente a quest’ultima data avranno corso le esecuzioni relativi agli sfratti richiesti fra il 28 febbraio e il 30 settembre 2020; infine, dal primo gennaio 2022, si effettueranno gli accessi relativi ai provvedimenti emessi fra il primo ottobre 2020 e il 30 giugno 2021.

Questa esplosione controllata servirà per «calmare il mercato immobiliare», cioè per permettere ai grandi proprietari di continuare a speculare sulla nuda vita — cosa c’è di più basilare della casa? — di migliaia di persone.

Una decisione politica particolarmente violenta, dunque, che – sommata all’altra bomba sociale sganciata dal governo, quella dello sblocco dei licenziamenti – andrà ad impoverire ancora di più le classi popolari, già fortemente colpite dalla pandemia e dalla sua gestione governativa.

Questo dramma — voluto e pianificato con cura — pare tutt’altro che una soluzione sorpredente e originale: esso è la cruda sintesi di cosa significhi il «ritorno alla normalità», l’odiosa normalità nella quale ogni aspetto della vita delle persone è merce da comprare e vendere. E questo è particolarmente vero per quel che riguarda la casa, uno degli ambiti in cui sono più evidenti le disuguaglianze che caratterizzano la nostra società.

Stando ai numeri forniti dall’Agenzia delle Entrate, quasi il 60% del valore immobiliare, in Italia, è nelle mani del 20% delle famiglie più abbienti. Questo semplice dato dimostra che, mentre la maggior parte delle persone deve dedicare — nel migliore dei casi — una grossa parte delle proprie entrate per pagarsi un tetto (spesso misero), l’élites economiche utilizzano questo bene di prima necessità per arricchirsi, in un gioco macabro nel quale lo Stato — fra le altre cose — mette a disposizione la propria forza per cacciare migliaia di persone da casa loro, in modo da permettere che il flusso del business immobiliare continui senza sosta.

La situazione nella nostra città non fa eccezione. Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, nel 2019 nella provincia di Trieste ci sono stati 795 provvedimenti di sfratto, dei quali 482 eseguiti. Più di uno sfratto al giorno, quindi, la stragrande maggioranza dei quali dovuti alla morosità incolpevole degli inquilini, cioè all’impossibilità di pagare l’affitto per difficoltà economiche sopravvenute (per esempio, la perdita del posto di lavoro). Sempre secondo i dati ISTAT, addirittura il 98% degli sfratti per morosità in Italia derivano da situazioni come queste.

Noi neghiamo il «diritto» ad arricchirsi speculando sulle proprietà immobiliari; finché tutte le persone non avranno una casa — dignitosa, capace di soddisfare le necessità di ognuna senza risucchiare la maggior parte del proprio reddito — questo tipo di operazioni economiche devono essere combattute senza esitazione.

Perciò, sosteniamo e sosterremo sempre chi resiste agli sfratti, chi lotta contro gli abusi dei palazzinari, chi occupa case vuote per abitarle.

Perché vogliamo una vita libera dal giogo dei mercati, perché la nostra dignità non è una merce di scambio.

Ennesima aggressione padronale, non resteremo a guardare

Questa mattina è stato assassinato Adil Belakhdim, sindacalista dei SI.COBAS, mentre partecipava ad un picchetto nei pressi del magazzino Lidl di Biandrate. Un episodio gravissimo, l’ennesimo in un contesto di forti lotte nel settore della logistica, contrastate dalla repressione poliziesca, dalle strategie di ristrutturazione delle aziende delle logistica e non da ultimo dall’arroganza padronale, che si è spinta fino a delle vere e proprie aggressioni nei confronti dei lavoratori in lotta.

La tragedia è avvenuta durante la giornata di sciopero nazionale dell’intero comparto logistica e trasporti promossa da numerose sigle del sindacalismo di base, che mirava ad ottenere un tavolo di trattativa nazionale sulla vertenza Fedex-Tnt e contro le violenze degli squadristi padronali delle ultime settimane.

Neanche una settimana fa, un altro episodio di violenza squadrista (contro un picchetto fuori dalla FedEx di Piacenza) finiva con un lavoratore in stato di coma. Sempre sta mattina, tre lavoratori in presidio fuori dalla Texprint di Prato sono finiti all’ospedale, dopo essere stati presi a mattonate e pugni in faccia.

Non è più rimandabile un’azione comune in solidarietà con le lotte del settore e perché questa violenza che uccide chi chiede tutele e migliori condizioni di lavoro venga rigettata indietro.

Pretendiamo uno sciopero generale, presidi e azioni ovunque sia possibile. Ci sono magazzini della FedEx, negozi Lidl, imprese della logistica in ogni città. Se colpiscono uno, colpiscono tutti.

Chi può vada sostenere il corteo nazionale che sarà a Roma domani, sabato 19 giugno.

Per chi resta, stia in ascolto: qualcosa si muoverà.

Non resteremo a guardare questa barbarie!

I profitti di pochi al di sopra delle nostre vite, una stagione senza fine

Non stupiremo nessuno se affermiamo che la classe imprenditoriale occidentale, e più in particolare quella italiana, ha messo e continua a mettere come priorità i profitti davanti alla salute e alle vite dei lavoratori e delle lavoratrici, e in generale dei cosiddetti “comuni cittadini” (leggasi classi popolari). Questa è infatti una necessità di quel sistema che alcun* di noi hanno l’abitudine di chiamare [abbassiamo la voce] capitalismo.

I casi che si possono citare a riprova sono innumerevoli: dalla strage del Vajont a quella di Viareggio, passando per la gestione criminale della pandemia di SARS-CoV-2 nei luoghi di lavoro e gli innumerevoli casi di cronaca, tra cui quello recente dell’operaia tessile inghiottita da una macchina in una fabbrica di Prato, fino ad arrivare alle famiglie morte nella funivia del Montarone.

Grazie al trattamento mediatico che i principali giornali e tv fanno di questi avvenimenti, tendiamo a pensarli come a degli “incidenti”. Ma un incidente è un avvenimento inatteso, qui invece parliamo di morti evitabili. A volte si tratta di una procedura di controllo non rispettata da parte degli enti statali responsabili, a volte di un macchinario scadente, altre invece del dirigente aziendale (pubblico o privato, sempre più indistinguibili) che decide che la produzione deve proseguire, ad ogni costo. In tutti i casi però, l’aritmetica è la stessa: i soldi valgono più di certe vite. Certe vite che, fatalità, sono quasi sempre quelle di persone “comuni”. Di chi si spezza il corpo in fabbrica o altrove per un misero stipendio, di chi non ha soldi per permettersi una casa degna, servizi adeguati o uno stile di vita salutare. Non muoiono i dirigenti che prendono le decisioni fatali, ma chi sta in basso nella gerarchia della produzione. Non si ammalano i proprietari dell’azienda per le loro condizioni lavorative, ma chi è esposto quotidianamente a diversi pericoli sul posto di lavoro.

Questa strage, silenziosa e quotidiana, che ogni tanto balza alle cronache per la sua drammaticità, fa parte della “normalità” che esiste da prima del COVID-19. Una normalità che nemmeno una pandemia globale è riuscita ad alterare, anzi, la gestione della salute pubblica da parte degli Stati ha reso ancora più palese quali sono le priorità di chi ci governa: la produzione, ovvero i profitti dei grandi proprietari, e la messa a valore di ogni aspetto delle nostre vite.

Speriamo di contare ancora su un sistema sanitario che nonostante la classe politica riesca ancora a funzionare, ma purtroppo neanche esso scappa dalle logiche del mercato: lo abbiamo verificato tramite le conseguenze stragiste della privatizzazione in Lombardia e più recentemente dall’affidamento della produzione dei vaccini alle multinazionali del farmaco, per citare solo i due esempi più eclatanti.

Non dimentichiamo, in questi giorni di (amara) felicità per la ripresa di un‘apparente normalità, che si tratta in definitiva di una quotidianità sorretta dai caduti sul lavoro e dalle vittime collaterali delle loro imprese di morte.